Lettori fissi

lunedì 22 aprile 2019

Incipit

Cosa penseranno le persone a vederti così, in mutande, stravaccato sul divano a leggere, ed io, che non volevo pensarci, mi ritrovai improvvisamente nella situazione di dovermi soffermare a riflettere, ragionare su quello che mi aveva appena fatto notare, non sapevo, non avevo idea di cosa fare, come comportarmi, vestirmi sarebbe stata una sconfitta in un’ipotetica battaglia o comunque una gara tra me e lei, dargliela vinta, ammettere che sì, stare sdraiato nudo come un verme sul divano per gran parte del giorno non era proprio il massimo, anche se il tempo lo passavo leggendo ed arricchendo il patrimonio da cui speravo di ricavare un giorno qualcosa di buono, qualcosa che mi permettesse di tirare avanti con una certa regolarità, e a dire il vero ci provavo anche, non stavo solo a leggere, provavo a buttare giù qualcosa, l’abbozzo di una storia, avevo già iniziato centinaia di racconti, migliaia forse, solo l’inizio, una prima parte, ne ho tanti di incipit, più o meno lunghi, a seconda della durata che mi concedeva l’abbrivio, poi, quando finivo la carica iniziale, che scrivevo quasi in apnea, per non perdere nulla, per non compromettere l’ispirazione del momento, per non dimenticare tutto, mettevo malinconicamente carta e penna di lato con la speranza, quasi sempre frustrata, di riprendere non appena mi fosse ritornata l’ispirazione, oppure potevo continuare a stare così, a leggere, fin quando arrivavo alla fine del libro, o di un capitolo, o fin quando resistevo, prima di chiudere gli occhi quasi collassato, per aver letto le ultime righe o forse le ultime pagine, avrei verificato il giorno dopo, alla ripresa della lettura, ancora in apnea, senza rendermi conto di cosa leggevo, era un passare gli occhi semichiusi sulle pagine con la mente chissà da quanto scollegata, quel maledetto vizio di scrivere senza prendere respiro e soprattutto senza rivedere quello che scrivevo, mi aveva fatto collezionare innumerevoli bozze di racconti, non so se anche di romanzi, e più di una volta mi sono ripromesso di mettere un po’ d’ordine tra le mie carte e l’ordine poteva significare provare a dare un seguito a quegli accenni, a quegli abbozzi di storie che chissà come erano nate e soprattutto chissà mai come sarebbero andate a finire, avrei potuto inventare tutto ma mi sembrava di tradire lo spirito iniziale che mi aveva portato a scrivere quelle cose ma allo stesso tempo, dopo ripetute riflessioni, stabilivo che dovevo darmi una mossa e le scelte erano due, provare a dare un seguito completando i racconti oppure buttare via tutto, non fare più affidamento a quegli aborti, che per anni avevo considerato un discreto patrimonio da cui partire per la mia carriera di scrittore, ed entrambe le alternative erano argomenti per altri racconti o romanzi che questa volta però mi auguravo potessero arrivare ad una qualche conclusione, e così alla fine decisi che dovevo proseguire, quando si fa una scelta bisogna portarla avanti fino in fondo, smettere, rinunciare, equivaleva a consegnarmi nelle mani della polizia, sentivo di essere diventato come un delinquente abituale che, dopo una vita vissuta nell'illegalità, rinnegava anni di rapine in banca, assalti a furgoni portavalori, anche omicidi, ma come semplici incidenti di percorso, mai programmati, e non mi sentivo di farlo, volevo continuare, andare avanti, trovare uno sbocco a quella situazione di stallo, una soluzione l’avrei trovata, non mi sarei arreso facilmente, tutti quei fogli, li avrei ripresi, forse con l’intenzione di costruire un enorme puzzle, mi aiutavano in questo le tante letture, più libri allo stesso tempo, più mondi in cui entravo senza mai perdere di vista l’obiettivo finale, quello di costruire una realtà che mi potesse dare almeno l’illusione di vivere, a dispetto di quanto mi girava attorno, avrei certo trasformato o trasfigurato persone di mia conoscenza, costruendo un mondo di personaggi familiari, tutti potevano entrarci, senza selezioni preliminari, dovevo solo capire quali ruoli attribuire ad ognuno di loro, capire perché arrivavano certi sogni inattesi, e da dove, non previsti, chiunque poteva entrare a far parte del mondo che stavo costruendo, di più, anche le cose, gli oggetti familiari o anche ciò che vedevo per strada, tutto era buono per un verso, per un racconto, un eterno ed immenso diario che stavo ormai compilando, che tenevo da quando avevo memoria, come se la vita, quella reale, esistesse solo per essere rappresentata, semplice oggetto di letteratura, e per ogni storia avevo pronto già un titolo, L’uomo in mutande sul divano, L’incipit infinito, Donne di carta, Il fado ed altre colonne sonore, già tutto pronto, si trattava solo di sviluppare le intenzioni iniziali e per questo non mi davo un termine, anche perché non riuscivo a stabilire in partenza quanto avrei resistito senza respirare quando mi accingevo a raccontare una nuova storia e non era un particolare di poco conto o irrilevante perché tutto dipendeva da quell'aspetto, il respiro è importante nella scrittura e, questo un altro titolo a cui pensavo da un po’, mi frullava in testa senza riuscire a rendermene conto, ma quando meno te lo aspetti, ecco che appare come un colpo di vento inatteso che viene a squarciare la pesante cappa di afa che, in certi momenti, sembra soffocare la città d’estate, Il respiro della città, ed era già tutto pronto, mi mancava il tempo, pensai rattristandomi, ma poi mi dissi che non c’era fretta, dovevo solo iniziare, riprendevo vecchi attacchi di racconti, li rifacevo miei, come se mi appartenessero, episodi del passato che avevo dimenticato, non si può ricordare tutto, anche le cose più belle, quelle che lasciano un segno, è solo per un tempo limitato, certo, non scompaiono del tutto, perché ad un certo punto della vita appaiono da dietro una tenda, ed è una storia di tradimenti, momenti vissuti intensamente, senza che ci si renda conto nel momento stesso in cui si vivono, quante volte ho pensato che uscire la sera, quando l’estate stava per finire, scendere in strada per un motivo qualunque, poteva trasformarsi nell'inizio di una nuova vita, ricominciare in un mondo nuovo, come se stessi per entrare in un sogno, non vedevo confini, non ben delineati, non certi, tutto sfumava in possibili partenze o meglio trasformazioni, sentivo la necessità di cambiare qualcosa della mia vita, non sapevo cosa, ed allora, uscire per buttare la spazzatura o andare al bar per un caffè, una scusa qualunque, come se avessi bisogno di una giustificazione, poteva rappresentare davvero l’inizio di un percorso che accettavo di intraprendere, anche se non sapevo dove mi avrebbe condotto, non me ne curavo, ascoltavo il battere della signora del piano di sopra, che richiamava l’attenzione, ma non ero interessato a lei, non mi era mai piaciuta, con quella voce stridula che quando parlava sembrava una gallina stonata, e quando salutava, buongiorno caro, come va oggi, equivaleva a chiedermi se ero libero da impegni e potevo aiutarla a fare quei lavoretti in cantina che rimandava da anni, cosicché potesse risparmiare un po’ di soldi, in cambio di qualche favore o chissà, nei suoi pensieri, anche di qualche prestazione, ma ve l’immaginate, proprio sul più bello, a sghignazzare contenta, come se avesse fatto un uovo d’oro, coccodè, coccodè, no, proprio non è il caso, rinunciai a questo pensiero, girai l’angolo dell’edificio, il vento mi spolverò in faccia una zaffata di fogna, arrivata da quegli enormi buchi che lasciavano intravedere le interiora del marciapiedi almeno da due mesi, un giorno o l’altro il comune si dovrà pur decidere a tapparli, era anche per questo che cominciavo a non sopportare quella zona, ma direi di più, quella città, avevo bisogno di cambiare, di evadere, in qualunque modo, e l’avrei fatto se solo …

martedì 16 aprile 2019

Inventario

Vorrei raccontare certe fantasie, mi sto chiedendo se farlo, vorrei raccontare le volte in cui mi sono rinchiuso dentro i suoi armadi, rispettando rigorosamente un turno che non avrei mai violato, per nessuna ragione al mondo, sentivo che poteva succedermi qualcosa di male, di negativo, se solo mi fossi nascosto per due volte di seguito dentro lo stesso armadio, a morire di piacere nell'oscurità assoluta, fra vestitini lunghi, eleganti tailleur, peccato che non riuscivo a distinguere i colori, mi ero fatto l’idea che fossero adeguati più alla sua asfissiante bellezza che non alla sua altezza, riuscivo però a cogliere tutte le sfumature dei profumi, sia pur confusi uno nell'altro, era un buon esercizio, provare a distinguere le occasioni in cui avevano rivestito l’intero corpo, quasi avesse fatto un bagno dentro un lago di essenze di sandalo, qualcosa di caldo, che appassiona, che strangola persino, al punto da non permettere l’espressione, la definizione, e lo specchio grande, ondulato, doveva entrarci tutta, non un piede od un ricciolo dei neri capelli doveva restare fuori, bene in vista, in qualsiasi momento poteva averne bisogno, non voleva trovarsi nella condizione di non sapere come appariva, come stava con la gonna appena sopra il ginocchio, l’aveva comprata per indossarla con l’ultimo paio di scarpe, un po’ alte, una autentica novità per lei che aveva portato sempre scarpe senza tacco, aveva bisogno di certezze, non sarebbe mai uscita senza la conferma che tutto fosse in ordine, per questo non potevano mancare gli specchi in casa, ne aveva dappertutto, viveva come dentro un’immensa sala prove, uno specchio per i vestiti, un’altra serie in posizioni inaspettate, per permettere una vista da varie angolazioni, solo per i capelli, a portata di mano infiniti aggeggi e strumenti per le pettinature più variegate, uno specchio per i trucchi, non permetteva che qualcuno la interrompesse durante queste operazioni, che potevano durare ore, un lavoro degno di un grande pittore, il volto una superficie da dipingere con calma e soprattutto con estrema cura, nulla lasciato al caso, una ricca tavolozza di colori faceva bella mostra accanto allo specchio a forma di cuore, ingentilito da una sottile cornice di legno laccata di rosso, uno specchio per provare le scarpe, quasi all'altezza del pavimento, leggermente inclinato per consentire una visione ottimale, da più punti di osservazione, uno per la borsa, verso la fine, per un ultimo sguardo d’insieme, sulla porta, prima di uscire, per assicurarsi che davvero tutto era a posto, poteva uscire, nessuno avrebbe potuto rimproverarle nulla, era padrona di sé e della strada, di tutto quello che aveva davanti, non vedeva nulla, era solita indossare occhiali scuri, in qualsiasi condizione atmosferica, col sole o con la pioggia, sempre occhiali scuri, ne comprava spesso, in ogni città che visitava, una collezione che si allargava sempre più, andava con tutti ed ognuno le regalava un paio di occhiali, qualunque materiale o forma, purché le lenti fossero scure, al punto da rendere vane le ore passate a delineare occhi accattivanti, servivano per altre occasioni, per strada o quando desiderava solo occhiali scuri, uno specchio solo per questo, in una posizione strategica, che poteva essere all'uscita del bagno, o anche, anche sul ballatoio, dopo l’ultimo sguardo, non si sa mai, respirare l’aria con gli occhiali appena inforcati era una sensazione che non sapeva descrivere, avvertiva solo il piacere di farlo e questo era sufficiente, il cielo cambiava improvvisamente di tonalità, ed anche questa era un’esperienza che non avrebbe scambiato con nient’altro, tanto piacere le procurava, ed una volta fuori, niente poteva turbare la sua fiera serenità, le infondeva una certa sicurezza lo specchietto comprato in Marocco, uno dei tanti bazar, in quell'enorme mercato che è Marrakesh, cornice di osso di cammello, a forma di enorme bocca, sorridente, come sempre le piaceva apparire, tranquilla, lo specchietto dentro la borsa, andava con tutti, con tutti, nelle sale da ballo, ovunque potesse mettersi in mostra e adesso che era finita in una storia, cos'altro cercava, adesso che era finita nella grande rete, cosa desiderare di meglio, tutto il mondo, tutto il mondo avrebbe potuta ammirarla …

giovedì 11 aprile 2019

Quaresima alle Cascine

A corto di ispirazione ero uscito di casa e mi ero avviato verso il parco dove, come ogni domenica di quaresima, si tiene un grande ed animato mercato, ero certo che lì, tra migliaia di persone, avrei trovato una storia da raccontare, o almeno qualche storia si sarebbe presentata a me per chiedermi di essere riportata e a quel punto non avrei potuto rifiutare, non avrei potuto dir di no, avrei trovato io le parole, non serve immaginazione in contesti del genere, a volte sono proprio queste situazioni che invogliano a raccontare cose che altrimenti non sarebbe possibile trovare altrove o rimanendo a casa ed allora, quando le cose si fanno impetuose, impellenti, addirittura invadenti, ciò che più desidero, è scappare, rifugiarmi all'ombra di qualche albero, ché nel parco di alberi non ne mancano di certo, ero comunque uscito con le buone intenzioni, prendere solo quello che il tempo mi avrebbe dato, senza forzature, mi ero perciò infilato nella moltitudine di gente, di tutte le razze, di tutti i colori e quando dico tutti i colori ovviamente non si deve immaginare di ritrovarsi di fronte la gamma di sfumature che compongono l’arcobaleno così come a volte capita di vedere nel cielo dopo una breve pioggia, è semplicemente un modo di dire e di cosa vivo, continuo a chiedermi ancora oggi, se non di modi di dire ormai, da quando ho deciso di rinunciare a tutto per dedicarmi alla scrittura come una fonte di energia, l’unica in certi momenti, l’unica che sento utile a farmi andare avanti, ed era proprio quello che stavo sentendo quella domenica pomeriggio assolata, tanto assolata che mi ero pentito di essere uscito con la maglia di lana, mentre tutto attorno, le persone, le donne soprattutto, cominciavano a spogliarsi, ad esporre sempre più parti di corpo, che vedevo lentamente abbronzarsi, quasi in diretta, al punto che non riuscivo più a distinguere le donne abbronzate dalle mulatte e poi, a seguire, queste ultime dalle africane, quelle autentiche, che a loro volta si situavano all'estremo opposto delle donne dell’est, che nella mia ignoranza confondevo in un’unica razza, includendovi rumene, slave, le più disparate provenienze, donne originarie dalle repubbliche un tempo appartenenti all'Unione Sovietica, la ricordo ancora questa espressione, polacche, tutte insieme, in un unico calderone indistinto, ed il caldo, il primo sole di primavera, rendeva difficile questa domenica di quaresima ed io, col maglione arrotolato ai fianchi, facevo sforzi enormi per farmi strada tra quella folla sudata e scomposta, una processione ad adorare banconi di merce in offerta, capi d’abbigliamento intrisi degli odori della porchetta, del lampredotto o di altri cibi bolliti, fritti, arrostiti, scaldati e promozioni assolutamente da non perdere, e mi chiedevo se fosse davvero quello il posto migliore per trovare ispirazione, perché lì non c’era assolutamente nulla da inventare, semmai da inventariare, bastava fare un elenco di cose viste, ascoltate, dialoghi afferrati al volo, nelle varie lingue che inquinavano l’aria, da combinare con quelli di due persone che litigavano sul prezzo di un paio di forbici da potatura, con l’arrivo della bella stagione un articolo molto richiesto, le novità nel campo della pulizia delle pentole, o dei vetri, sempre valide, provare per credere, con la solita formula, soddisfatti o rimborsati, diritto di recessione e via discorrendo, ed il gioco è fatto, le donne si spogliavano, le vedevo come in una sequenza di fotogrammi man mano che andavo avanti, che proseguivo lungo lo stretto corridoio che riuscivo a ritagliarmi tra un numero incalcolabile di individui sudati e bambini che piangevano in russo, in arabo, in spagnolo, in cinese, in indiano, in toscano anche, perché di rischiare di rimanere soffocati in mezzo a quella moltitudine non ne volevano proprio sapere, e si spogliavano anche perché il caldo aumentava sempre più e non sembrava volesse finire mai, così come sembrava non volesse mai finire la marcia verso un nulla infinito, dove mi avrebbe portato, mi chiedevo, avendo soprattutto in vista l’obiettivo principale della mia uscita, dove avrei trovato il personaggio, in mezzo a questa folla asfissiante, disposto ad accompagnarmi per un lungo tratto di strada, possibile, mi dicevo, che non trovo un individuo, uno qualunque, disposto a confessarmi un segreto, cosicché io, a mia volta, possa farlo mio e svelarlo, raccontandolo al mondo, non certo per profitto personale, è che ormai da tempo mi propongo come tramite tra il particolare e l’universale, tra l’anonimato ed il mondo che è lì in attesa, non aspetta altro che di conoscere storie, un mondo desideroso di pettegolezzi, uno che è fatto di persone curiose, pronte a sbirciare da uno spiraglio, da ogni angolo, per immaginarsi una vita meno misera, meno grigia, e per questo viene al mercato, dove c’è più scelta, ero pronto, a volte sento di avere questa missione, sento di essere stato inviato su questa terra al solo scopo di alleviare le pene del mondo, un santo dovrei essere, uno che di tanto in tanto fa qualche miracolo, così da assicurarsi una sopravvivenza in questo mondo di increduli, io ce la metto tutta, ma non sono sicuro che la gente capirà, e sono uscito, forse anche per questo, in questi giorni che ci condurranno verso un altro periodo di passione, un passaggio obbligato, con lo spirito giusto, anche se le donne si spogliano, ma cosa volete farci, se ne sono viste di cose nel corso dei secoli, dei millenni, non sarà di certo un centimetro quadrato di pelle in più esposta al sole che potrà fare la differenza, c’è di peggio al mondo ...

martedì 9 aprile 2019

Monica

E’ un atto del tutto arbitrario attribuire determinate caratteristiche ad un personaggio. La stessa creazione di un personaggio è di per sé un atto di imperio che non trova giustificazione in nessuna categoria etica o in nessun codice di comportamento.
Ed è per questo che, spesso, i personaggi di una storia si ribellano, vogliono vivere di vita propria, senza intenzione alcuna di seguire le indicazioni dell’autore che li ha creati.
Con quale diritto posso permettermi, quindi, di pensare a Monica? Chi mi autorizza a farlo? Dovrei quantomeno avere un mandato, una procura ad agire in sua vece o a rappresentarla, o a trattare i suoi dati personali, magari anche quelli sensibili, ai fini che mi propongo in questa sede.
Occuparmi di lei significherebbe approfondire l’argomento streap-tease. Non perché di notte faccia la spogliarellista in qualche locale, e neanche di giorno. 
Non le piace parlare di sé. Sicuramente non col primo arrivato, non con la prima persona che incontra.
Non so perché Monica abbia gli occhi azzurri. Forse le servono per la sua professione ma, dimenticavo, non fa la spogliarellista, anzi mi sembra di aver già detto che non ama che si parli di lei.
Ma la conosco bene e lo scoprirà un po’ alla volta, che mi piace prendermi gioco di lei. Anch'io mi svelerò ai suoi occhi, occhi azzurri, in tutta la mia nudità e non potrà non vedermi, non potrà fingere di non vedermi o, peggio ancora, di non conoscermi.
Mi racconterà tutto di sé quando finalmente avrò imparato a farle togliere i vestiti, offrendomi il corpo come se si spogliasse in presenza del suo barboncino. Ma, dimenticavo ancora una volta, non fa la spogliarellista di professione ed eventualmente, son sicuro, lo farebbe solo per me, solo per soddisfare un mio capriccio.
Già prefiguro quel momento. Ma procediamo con ordine, e senza fretta. Sono tanti gli ostacoli da superare nel cammino verso la costruzione della fiducia e un attimo di distrazione può compromettere un lavoro preparato a lungo. Perciò non anticipiamo nulla. Ogni cosa va detta a tempo debito.
Intanto, però, questa notte farò di tutto per sognarla. E lei non sarà poi così cinica da farmi soffrire. Di questo sono certo.
Tutte le volte che l’ho desiderata, infatti, si è sempre dimostrata disponibile e senza neppure opporre resistenza. Così anche nei sogni. Quando ho avvertito la necessità di sognarla non mi ha mai delusa. E le sono ampiamente riconoscente al punto da amarla come mai è successo con nessun altra.
Eppure, non ho mai avuto il coraggio di rivelarglielo. Forse l’avrà capito da sola, o almeno qualcosa l’avrà intuita. Sono di quei pensieri che sfiorano anche solo per un attimo la mente e che si insinuano come un assillo che ben presto si trasforma in chiodo fisso che, una volta conficcato, è difficile eliminare e si è costretti a portare dentro come stimoli che segnano il corpo, e non solo, per tutte le future incarnazioni.
      Ma io non credo alla reincarnazione, mi dirà, quasi per giustificarsi, quando si renderà conto della finzione a cui la sottopongo ventiquattro ore al giorno, persino quando dormo. Già, perché il suo stato non può essere condizionato neanche dalla circostanza che io dormo. Potrò così addormentarmi tranquillamente, senza prestare attenzione a ciò che sento. Finalmente sottratto a questa responsabilità, come stessi facendo la raccolta delle schede telefoniche. 
       È un po’ una mia caratteristica, salvo a liberarmene appena possibile perché stufo di interpretare un ruolo difficile da sostenere e che non sento più mio. Ma so già quale sarà la durata della sua vita, ne possiedo tutti i segreti, so quando arriverà il momento fatale, quando, con le mani tremanti, si leverà il reggiseno turchese, e sarà l’ultima volta.
Ma io non faccio la spogliarellista, mi sussurra piano, come se leggesse i miei pensieri.

mercoledì 3 aprile 2019

Mafaldina - 3

Questa è una donna che se chiede a me dei consigli su come comportarsi a letto, vuol dire che non ha capito niente della vita. È vero che c’è sempre una prima volta per tutto, però non puoi fermarti, addirittura bloccarti, davanti al corpo nudo di un uomo pronto a prenderti. Quanto meno non fare niente, resta ferma e fatti fare da lui tutto quello che desidera. Non c’è da filosofeggiare più di tanto. Lasciati andare e non fare storie.
Si dirà che c’è poco movimento in questa storia e che forse non è nemmeno una storia. Chi lo dice avrà anche le sue buone ragioni per pensarlo. Dopo tutto, se questa donna se ne sta immobile, aspettando chissà chi, un miracolo o il principe azzurro, beh, la storia è finita ancor prima di cominciare.
Quanto al movimento, ci potrebbero essere terremoti o tsunami e invece niente, è tutto un mortorio e non so a chi addebitare tutto questo. Sarebbe certamente meglio una realtà più animata, una scena un po’ più vivace, forse sarebbe anche normale. Solo che quello che appare alla vista dei curiosi, di chi si affaccia su questo triste palcoscenico, è una scena muta e degli attori che non hanno alcuna consapevolezza del ruolo che dovrebbero svolgere o delle parti da interpretare. Una tragedia assurda.
Eppure, non mi dispiacerebbe affatto perdermi dentro alle sue gambe, sia pur ridotte a due bastoni, due pali rigidi e fissi. Avrei provveduto io con qualche trucchetto appreso nella mia non certo brillante carriera, sufficiente comunque al caso in questione, avrei provveduto io a riscaldarla, a farle venire la voglia di vivere, di amare, di sperimentare una storia, del tutto nuova. 
Anche solo perché potesse finalmente dire che l’ha fatto, sì, e la prossima non sarà più la sua prima volta, e mi auguro così che si presenti al fortunato di turno, perché a quel punto sarà davvero fortunato, con una maggiore consapevolezza, con un’altra coscienza e, comunque, senza l’ansia della prima volta, perché, in fondo, è proprio vero, in un modo o nell'altro, per una ragione o per l’altra, la prima volta non si scorda mai, senza che tuttavia questo voglia significare che si sia trattato di un’esperienza memorabile, nel senso di positiva. Anzi, nella maggior parte dei casi è stato qualcosa di traumatico, che si vorrebbe rimuovere, solo che certe cose non vanno via nemmeno a cacciarle, a spingerle nel dimenticatoio, prima o poi ritornano a farci ricordare di cosa siamo fatti.
E lei è fatta essenzialmente di desiderio di essere amata, anche se non è chiaro quanto ancora debba aspettare per realizzare questo sogno. Non è chiaro nemmeno se sia una cosa che dipende da lei o da fattori su cui non può farci niente. 
Sta di fatto che è bella, bellissima. Le migliaia di pixel che compongono il suo volto rimandano l’immagine di un luminoso splendore, danno l’idea di una bellezza straordinaria, a cui non riesco a resistere e questa mia incapacità non si manifesta in me con una fuga, non sono mai partito alla sua ricerca. La via di fuga più semplice è rinchiudermi in bagno e far lavorare la mano, a volte tutte e due, pensando a lei e a cosa potrei fare se ce l’avessi davanti, immaginando di squarciarle il velo e tutto il resto.
Non scrivere almeno qualcosa sulla storia che ci riguarda è come non aver vissuto. Mi accorgo che non ci sono. A sentire lei dovrei scrivere in maniera più chiara, cioè dovrei scrivere meglio, in modo che il senso delle parole sia più comprensibile, ma dovrei impegnarmi molto, anche perché, a star dietro a come scrivo, poi, va a finire che non riesco più a seguire i pensieri. Quelli scappano via come niente, e la storia per me è lei, non c’è altra storia all'infuori di lei. Lei e solo lei.
Questa donna, si sarà capito, mi fa arrabbiare non poco. Conduce un’esistenza dedita poco a se stessa e molto agli altri. Ma non bisogna commettere l’errore di pensare che sia una santa. O forse sì, una novella santa Mafaldina vergine e martire che, se non esiste nel calendario, possiamo sempre proclamare con lei ancora in vita. 
Certe vocazioni sono incomprensibili, non alle persone normali, non ai comuni mortali, non di certo agli egoisti, a chi non capisce che …., cioè, a chi non capisce e basta.
Io, però, è vero che certe cose non le capisco, e non solo cose che riguardano lei, il che sarebbe anche comprensibile, dal momento che non l’ho mai vista, ma anche cose che mi riguardano personalmente. E non saprei nemmeno da dove iniziare a provare a capire e a capirmi.
Il suo modo di fare l’amore solo attraverso le parole, ad esempio. Ma non può bastare, glielo ho detto mille volte, che l’amore è carne, è dolore, è sangue che scorre e che scivola addosso.
Lo so, mi sto ripetendo, ed anche noiosamente, ma sei le mie parole, mia dolce Mafaldina, quelle che mi ispiri di continuo, e tutto il resto.
Non so che cosa dire più, ormai. Né come, eventualmente. Sempre meno parole per dire il mio amore, ne servono sempre di meno. Vorrei arrivare al punto di non aver più necessità di sprecare fiato, perché me ne rimane poco, perché non ne serve più, perché è tutto chiaro, perché non ho bisogno di conferme, perché non hai bisogno di conferme, perché la storia è una, una ed una sola, che io senza le parole, io senza te non sono niente e non saprò reinventarmi un futuro. 
Sembravano cose difficili da credere, persino da immaginare, solo poco tempo fa. Come è cambiato tutto nel giro di poco, e non ho ancora capito come. Sono finito dentro un vortice, incapace di uscirne.
Quella ragazza io la amo. Forse è con lei che ho appreso l’autentico significato del verbo amare. La amo in ogni momento. Riempie la mia esistenza. Mi sento saturo di lei e l’amore per lei potrebbe debordare oltre i miei confini corporali, oltre la fisica dei sentimenti, al di là dei limiti spirituali. Qualcosa che non riesco nemmeno ad immaginare. Come potrei mai esprimerlo?
Non voglio perdere niente di lei. Fra un po’, fra qualche anno, la rivedrò in queste parole e potrò dire di aver vissuto. Non soltanto l’esperienza di un momento. Qualcosa di memorabile, che rimane per sempre, che lascia tracce, che incide ferite nella mente, più forte della materia. 
Potrei dire, io sono stata quella ragazza. Grazie a lei mi sono assicurato l’eternità, un posto in questo, altrimenti triste, mondo. 
Non so indovinare il passo successivo. Né prevedere se ce ne sarà un altro. 

giovedì 28 marzo 2019

Mafaldina - 2

Lo statuto di questo personaggio? Quella ragazza conduce una vita persa, non ha futuro da quelle parti. Glielo dico ormai da anni. Capisco che possa essere difficile staccarsi dalla terra in cui ha affondato le radici ma, diamine, non farebbe bene a lasciarsi consigliare una volta tanto da qualcuno che è passato prima di lei dagli stessi problemi? 
Certo, non è un consiglio qualunque, quale colore scegliere per la nuova auto, quali scarpe indossare per una cerimonia. Sono in ballo questioni importanti, addirittura cose che possono condizionare la vita e la scelta dovrà essere ponderata. 
Ma non si può aspettare di arrivare con l’acqua alla gola prima di prendere una decisione, o che sia troppo tardi prima di scegliere. Per cui, datti da fare cara bimba, recidi questo benedetto cordone ombelicale. Il modo dovrai trovarlo tu e sperare che tutto vada per il verso giusto che, se poi qualcosa va storto, ci sarà pur sempre modo di rimediare e, in ogni caso, dopo tutto, avrai vissuto un’esperienza che ti potrà tornare utile per il prosieguo. La vita non finisce mica al primo errore. L’errore, e per tanto tempo, l’hai fatto non vivendo. 
Lo so, è facile parlare dall'esterno ma qualcosa ho diritto anch'io di pensarla. Qualcosa vorrei provare ad esprimere, altrimenti qual è il mio ruolo in questa storia?

Non ha detto esplicitamente che voleva fare l’amore con me, però, da come l’ha sussurrato, mi sembrava fosse abbastanza chiaro. O, almeno, io mi sono illuso che fossero queste le sue intenzioni. 
Non me lo dice apertamente, però, in fondo, è con me che vorrebbe avere la sua prima esperienza. Mi vede bene addosso a lei, a schiantarmi in mezzo alle sue cosce, a stringerla fino a farle perdere il fiato, a penetrarla con forza ma, allo stesso tempo, con dolcezza. 
Un desiderio che non tiene affatto per sé, anzi, lo esprime con parole chiare ed io mi sento davvero in imbarazzo, al punto che a volte mi prende la voglia di lasciare tutto, saltare sul primo treno e raggiungerla, anche solo per vederla, per salutarla, per darle un bacio, per avvicinarmi piano e sussurrarle, mia piccola Mafaldina, io ti amo, ti amo. 
Ma so già che non lo farò. Che stupido che sono a non assecondare i miei desideri, perché volerla, averla tutta per me, amarla, amarci, sono anche desideri miei.

In definitiva, dire com'è questa ragazza a letto, beh, non saprei. Rigida, molto contratta, all'inizio sembra di avere a che fare con una statua di marmo, fredda e pesante.
Ma io me la tengo come una cucciolotta questa mia bimba, sempre attento a non farle del male, a non spezzarla, come fosse una sottile lastra di vetro, o di acqua appena ghiacciata sulla superficie di un lago.
Lei richiedeva da me una discrezione, un’attenzione che temevo di non essere in grado di riservarle, che metteva in imbarazzo anche me, perché, in quei momenti, ero solo fuoco e ardore, non c’era spazio per sentimentalismi, non vedevo altro che il suo corpo già nudo, quando invece se ne stava a tremare davanti a me sul bordo del letto, indecisa se spogliarsi ed eventualmente da dove cominciare.
Mai avuto a che fare con una così. Altro che imbarazzi, altro che disagio. Prima ancora che la sua bellezza, prima ancora che le sue forme, era il suo immobilismo a paralizzarmi, era quel modo di trattenersi, di vergognarsi, di farsi rossa come un peperoncino che di piccante, però, sembrava avere ben poco. 
Semmai, spegneva in me ogni entusiasmo e andava a finire che anch'io restavo fermo come ad aspettare chissà quale evento. Dovevo scuotermi, e poi svegliarla, sbatterla sul letto e strapparle i vestiti di dosso. Una terapia d’urto che l’avrebbe lasciata mezza tramortita e scioccata, libera però da tutti i legacci che la incatenavano ad un modo di concepire la vita completamente sbagliato. 
A dire il vero, non è che sia molto interessato ad accompagnarla in questo percorso, a farle da guida per questa sorta di iniziazione, per questo vero e proprio svezzamento sessuale. Non posso ergermi a maestro in una materia in cui avrei ancora tutto da apprendere, a cominciare da un rapporto con una principiante in materia. 
Forse è meglio che trascorra un periodo di apprendistato con qualcun altro. Poi, quando sarà pronta, ecco, a quel punto sarò pronto anch'io, senza alcun dubbio. Perché se devo mettermi a pensare, ad insegnarle le posizioni, a cominciare dall'ABC del sesso, come se mi trovassi davanti ad una ragazzina alle prime armi, no, tutto questo non fa per me. Mai avuto lo spirito dell’insegnante, mai lanciatomi in qualcosa di cui non avevo almeno un po’ di conoscenza, un minimo di preparazione della questione da affrontare. 
Non so improvvisare e la paura di fallire, la preoccupazione che possa dare consigli non attinenti alla situazione, magari anche sbagliati, che potrebbero avviare verso una strada del tutto errata chi mi sta di fronte, che mi sta ad ascoltare con occhi spalancati ed orecchie attente, ecco, questo scrupolo non vorrei proprio averlo. Cioè non vorrei accollarmi il peso di un rimpianto per aver rovinato una carriera ad una ragazza che sicuramente meriterebbe consigli più appropriati di quelli che potrei dare io.
Ma, mi si potrebbe obiettare, allora, come hai fatto tu, la prima volta. Ecco, io la prima volta mi sono fatto guidare da mani esperte. La donna che avevo davanti era più pratica di me, non era cioè alla sua prima esperienza in quel campo e le cose sono andate …. già, come sono andate? 
No, questo è argomento di un’altra storia, parallela alla presente, che sto cercando di recuperare dal fondo di una memoria dove giacciono, come dentro una discarica, i ricordi più lontani che non ho mai voluto ripescare, o rivangare, rimasti sepolti sotto montagne di sensi di colpa, di rimorsi e di dolori che mi sono portato dietro fino ad oggi, che ho deciso di cambiare, di dare una svolta alla mia esistenza, o almeno ci sto provando, nella speranza che togliermi di dosso tutto questo peso possa contribuire a farmi rinascere, a farmi intraprendere una nuova vita. 
A qualcosa dobbiamo pur aggrapparci ad un certo punto della nostra esistenza terrena ed io ho intrapreso questa strada, piena di ostacoli, non certo facile, ma forse, chissà, sarà proprio una fatica come questa che mi potrà ripagare delle tribolazioni e delle inesistenze sperimentate fino ad oggi.

(continua)

venerdì 22 marzo 2019

Mafaldina - 1

Sarei felice se venissi a vivere in questa città. 
Sapere che potrei vederti, parlare con te, chiacchierare delle tante cose che ci uniscono, che condividiamo.
Poterti toccare, capire finalmente come sei e non perché me ne sono fatta un’idea vedendoti in una foto, o perché ho ascoltato qualche volta la tua voce, o le parole che hai pronunciato.
Sono curioso di sapere cosa farei con te. Tu cosa faresti con me. Dopo tutto quello che ci siamo detti in questi anni.
Non sarebbe necessario che ti inviassi ogni giorno un raggio di sole, anche se nel luogo in cui abiti non hai bisogno del mio sole. Forse, però, era un gesto che per un po’ ti riempiva del mio calore, almeno il tempo di ricevere il messaggio, il tempo di un sorriso.
Sarei felice di assaggiare la tua pasta con i ceci. O i tuoi ceci con la pasta, le mafaldine.
Mi piacerebbe chiamarti Mafaldina da oggi in avanti. È un bel nome, ha un che di ondoso, di mare, ho tanto bisogno di mare, di arioso, anche. Ci sta bene con i tuoi riccioli, quando li accarezzo, cioè, quando immagino di passare le mani dentro quelle onde mi sembra di vedere l’orlo frastagliato della pasta e quando, poi, la mangio non posso non pensare a te. Avvicino la forchetta alle labbra e mi viene voglia di darti un bacio, e così la cena assume tutto un altro sapore. 
Ah, questo sì che è mangiare! Stasera mi sazierò con i tuoi baci. Andrò a letto contento e ti sognerò, nuotando fra le tue onde, immergendomi dentro i tuoi marosi.
Non c’è niente da fare, non riesco proprio a strappargliela una foto almeno un po’ osé. Quando si impunta non c’è verso di farle cambiare idea. A parole, cioè con i messaggi, dice di amarmi, di volermi bene, mi invita a fare la doccia insieme, mi manda anche delle foto di lei che si riprende allo specchio, anche quello stile mafaldina. Mi fa vedere l’ultimo paio di stivaletti, appena comprati, gli anelli, i libri, ma quando si tratta di scoprire qualche centimetro di pelle in più del lecito, di quello che è il suo livello di lecito, che però non corrisponde mai con il mio, ecco che arrivano i problemi: e non ho voglia di fare di quelle foto; e per foto proprio non mi va. Cose così. 
Cosa dovrei pensare, allora? Che se un giorno dovessimo incontrarci e vederci di persona sarebbe prontissima a spogliarsi, a darsi tutta a me, a farsi vedere completamente nuda? No, a questo non ci posso proprio credere. 
Su questo punto, sul fatto che io desideri una sua foto, non dico nuda del tutto, ma almeno qualche particolare, un seno che sfugge distrattamente da una camicetta, le mutandine nere che si toglie prima di entrare nel box doccia, su questo non riusciamo a trovare un’intesa. Lei è castissima da questo punto di vista e, a dire il vero, almeno stando a quello che dice, anche da altri punti di vista, casta ed illibata. Ma non so se crederci veramente.
Quando riuscirà a recuperare tutto il tempo perduto? Me lo chiedo spesso, ma del resto, forse questa domanda dovrei farmela anch’io, cioè, qualcosa dovrei recuperare anch’io. Ma ormai non è più tempo, penso sia finita qui. E, quel che è peggio, lo penso veramente.
Ma non so se sia esattamente perdere tempo quello che trascorro smanettando col cellulare per mendicare una foto un po’ piccante, dove lei mi possa mostrare qualche sprazzo di corpo nudo, allorché mi manda qualche piccola icona con sorrisi o baci, o anche un cuore rosso grande e pulsante. 
In fondo, per questa ragazzotta di provincia tutto questo può rappresentare anche un divertimento ma io non sempre ho voglia di giocare, vorrei passare ai fatti e se proprio non è possibile, se continua a tirarla per le lunghe, beh, penso proprio che la cosa migliore sia chiuderla qua, alla mia età non posso star dietro alle bizze di una ragazzina. Sono un uomo d’azione, sì, vorrei agire, ma presto, subito. Non so quanto ancora sarò in grado di resistere. O di esistere.
Non so se è corretto usare il termine “bacchettona” per indicare il suo carattere, il suo essere. Forse si addice di più alla sua persona dell’attributo “casta” o del suo superlativo, o anche dell’erudito e persino un po’ snob, “illibata”.
Comunque la si voglia definire in realtà appare come una donna fuori dal tempo, Con queste premesse non ho motivo di dubitare quando, quasi confidandomi un segreto, mi svela che ha voglia di fare l’amore. 
Sia pur con una certa ritrosia, con un senso di riservato pudore, mi ha voluto confessare questo suo desiderio che io, tuttavia, non posso assecondare. Non vedo come potrei nelle condizioni in cui mi trovo, in cui ci troviamo.
Nella sua voglia di amarmi si prestava facilmente ad una sorta di interrogatorio. Un gioco del tipo, fammi tutte le domande che vuoi. Ed io, non me lo facevo ripetere due volte e cominciavo a pensare a cosa mi incuriosiva di più sapere di lei, della sua vita, di come era fatta, di come volevo che fosse. O di come lei voleva che fosse. Cercavo così di pilotare le richieste, ma anche di farmi guidare dalle sue risposte che, evidentemente, aveva bisogno di darmi. 
Non ci voleva un indovino per capire che aveva un enorme desiderio di confessarsi con qualcuno, uno in cui riponeva una qualche fiducia e chissà se, rivolgendosi a me, in definitiva, era ben riposta. 
Fatto sta che non me lo lasciai ripetere e cominciai a stilare nella mia mente una lista di richieste possibili, anche se non sapevo ancora da dove avrei cominciato. 
Una cosa, ad esempio, che volevo chiederle, e chissà perché, era se le era mai capitato di ritrovarsi completamente nuda davanti ad un uomo. Mi bastava sapere questo, per cominciare. Poi, la storia sarebbe andata avanti sul filo delle risposte che mi avrebbe dato, o anche non dato, perché qualche possibilità di non assecondare proprio tutte le mie curiosità se l’era riservata. Quelle che le sarebbero apparse domande troppo personali, che riguardavano la sfera più intima, poteva anche trascurarle. 
Una regola che si era data, forse anche rigidamente imposta e che, almeno per il momento, intendeva rispettare. Poi, magari, con l’andare del tempo, con l’approfondimento della conoscenza reciproca, si sarebbe lasciata andare ad alcune confidenze, qualcosa che considerava segreti inconfessabili ma che, evidentemente, tali non dovevano essere, se metteva in conto la possibilità di rivelarli a qualcuno, sia pur in determinate condizioni che, però, io non avevo ancora individuato. 
Ci avrei lavorato nei giorni a seguire perché è così che si costruisce una storia. Le parole nascono dall'intimità e pian piano acquistano un sapore diverso da quello originario.
Insomma, se si era mai spogliata in presenza di un uomo, se era stata la richiesta di quell'uomo, o se l’aveva fatto perché convinta di quello che stava facendo. Che stava, cioè, per attraversare un binario da cui non sarebbe più tornata indietro. Da quel punto in avanti una storia completamente nuova, una strada del tutto diversa. Non più dubbi, non più paure, non più ansie.
Ma questa era probabilmente una di quelle domande su cui si sarebbe riservato il diritto di non rispondere. Senza, peraltro, avvertire la necessità di fornire una giustificazione più o meno plausibile. Ma era nei patti. Se non voglio rispondere non devo motivare il mio rifiuto, aveva premesso, come per difendersi da eventuali richieste non gradite.
Avevo accettato lo stesso, qualcosa avrei potuto comunque ricavare, non poteva di certo fare scena muta per tutto il tempo. Qualcosa, anche di non vero, doveva pur dire. Altrimenti, non avrebbe accettato l’invito.
Ci eravamo dati appuntamento per un aperitivo. La storia delle domande l’avevo tirata fuori io, senza avvisarla, da un precedente scambio di messaggi in cui le avevo proposto di immaginare una scena che poteva metterla in imbarazzo, qualcosa di cui aveva paura, o vergogna. 
Non sapeva cosa replicare. Fammi tu, piuttosto, delle domande, se mi va ti rispondo. Ma allora, così, potrei chiederti qualunque cosa? Tu prova, poi vediamo. 
Che poi, rispondere ai messaggi whatsapp è una cosa diversa rispetto a quando ti trovi davanti la persona che ti pone delle domande. Entrano in gioco altri fattori, lo sguardo, gli occhi, l’arrossire delle guance, a volte, la tensione che si trasferisce sul volto, l’agitazione nervosa delle mani che cercano le chiavi, la borsa, le dita che torturano le ciocche dei capelli, una tosse provvidenziale e la schiuma del cappuccino che rischia di sporcare il rossetto. Le parole che non sempre escono nella forma più appropriata, col rischio di rivelare più di quello che si vorrebbe o dovrebbe dire in questi casi. 
Ed io lì, come un deficiente, ad aspettare chissà da quanto tempo. Avevo finito di mangiare il croissant integrale ripieno di miele e avevo gustato il caffè senza zucchero con la solita calma, ma poi mi ero perso dietro questi pensieri aspettando una risposta che non veniva. Ero intento ad osservarla, impacciata e nervosa come non mai. 
E allora, non mi avevi detto che potevo chiederti di tutto? Rimase ancora a pensare, non del tutto convinta delle parole da usare, come se da quella risposta dovesse dipendere il futuro della sua vita. O almeno una parte importante. 
Era disorientata, come dentro un incubo. Come quando si finisce sotto un peso che non lascia respirare. La vita legata ad un filo d’aria che arriva a fatica da uno squarcio in fondo ad un tunnel. Allora speri che si allarghi, che faccia entrare altra aria, quella che serve per continuare  a sperare. Alla fine ce la fai, riesci a sopravvivere, ma quanta fatica, uno sforzo sovrumano. Era cosi, lei in quel momento, scampata ad un pericolo enorme. Aveva bisogno di riposo, di ritrovarsi un po’. Non ce la faceva a reggere il peso di certe domande. 
(continua)