Lettori fissi

Visualizzazione post con etichetta #lettureincorso. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta #lettureincorso. Mostra tutti i post

venerdì 23 gennaio 2026

Fiorenza Mariotti legge Tango a Porto


In Tango a Porto non ci sono scene di tango, non ci sono danzatori. In Tango a Porto danzano le parole, creano figure nello spazio della pagina.

Brevemente la storia. Un professore di letteratura portoghese è invitato a Porto per la presentazione del romanzo A morte de Carlos Gardel di António Lobo Antunes. A Porto conosce Sofia con cui ha una relazione.

Per il professore "... il testo del romanzo di Lobo Antunes è sempre più difficile da interpretare", si innervosisce, non riesce "a proseguire tra le pagine, senza capire... non è facile riprendere la lettura dall'inizio di un paragrafo, semplicemente perché non esistono paragrafi...". La lettura di Lobo Antunes lo "allucina". Una lettura non facile. "... concatenazioni di frasi, dialoghi che si intrecciano, eventi che si interpongono a creare trame inestricabili... Un copione scompaginato, le battute rimescolate, un romanzo scomposto. La lettura un rebus per enigmisti provetti. Così è la vita, anche. Immagini sfuocate tra le tante pagine, conversazioni sfasate, ricordi che si sovrappongono, memorie di eventi che emergono a piccole dosi, un po' alla volta".

Così è la vita. Il romanzo di Lobo Antunes smuove nel professore l'urgenza della scrittura. “...vorrei provare a raccontare qualcosa della mia vita, semplicemente perché penso sia la cosa che meglio conosco,". " Non so però se davvero la mia vita è la cosa che conosco meglio...". "... le poche cose che riuscirò a scrivere... illudendomi che siano vita...", ..."vorrei riuscire a scrivere... ma non è facile".

"Continuo a leggere, è questa la speranza, tutto là, nei libri, in questo libro, la possibilità di rinascere... aspetto che arrivi, da un momento all'altro, l'esplosione degli atomi dell'immaginazione...". Leggere per vivere. "sono quel che ho letto". Scrivere per vivere. Ma la finzione narrativa è cosa diversa dalla vita.

Il professore che è allucinato dal romanzo di Lobo Antunes ora è allucinato dalla difficoltà della sua vita e dalla difficoltà della scrittura, dalla difficoltà di far diventare scrittura la vita.

"Non mi soddisfano le cose che scrivo, oppure non sono io l'artefice di questo ammasso di parole che da tempo mi sta distruggendo..."

Come nella danza le parole danzano. Un passo avanti, un passo indietro, un passo di lato. Non è più chiaro quale sia la realtà e quale sia la finzione. È tutto accaduto? È tutto esistito? È esistita Sofia?

Ricordi, esperienze, vissuti si confondono, si mescolano. Frammenti di vita emergono per poi inabissarsi nell'ammasso delle parole.

Antonio Danise con Tango a Porto ci offre, attraverso la successione incalzante delle parole, il dubbio circa la nostra esistenza. Un dubbio in bilico fra realtà e scrittura. Un susseguirsi di memoria, di azioni, e pensieri da cui è difficile districarsi.

Chi sono? Quante volte ce lo siamo chiesto!

Passato e presente come pulsano nella nostra mente, nelle nostre giornate, nella nostra vita?

La letteratura può aiutarci? Può aiutare la nostra esistenza? Può dare un senso alla nostra vita?

Sono questi gli interrogativi che il protagonista del romanzo di Danise si pone e ci pone. Forse siamo tutti quel professore.

Antonio Danise - Tango a Porto - Qed

sabato 15 novembre 2025

P O L P A

 


POLPA, romanzo di Flor Canosa, non si esaurisce nella prima lettura delle circa cento pagine che l’editore NEO ci propone nell’ottima traduzione di Giovanni Barone. A voler analizzare anche solo alcuni punti affrontati nel testo ci si potrebbe soffermare a lungo.

Questa non è una recensione. Quando leggo mi si intrecciano in testa ricordi di cose già lette in altri momenti, in altri romanzi. È il bello della letteratura. È successo così anche in questo caso. Tante cose del romanzo inevitabilmente restano indietro. Per me spesso il testo è soprattutto un pretesto, una scusa per ritornare su argomenti a me cari, già evidenziati nella lettura di altri libri.

Una cosa su cui mi piace soffermarmi fin da subito è il nome di un personaggio, Lunes, che è anche la voce narrante della seconda parte di POLPA. Per un autore argentino penso sia quasi inevitabile ritrovarsi, prima o poi, a fare i conti con Jorge Luis Borges, anche se, Irma, un altro personaggio di POLPA, tra parentesi, afferma che ‘nessuno sa se sia davvero esistito o sia una leggenda’.

Lunes, per il fatto che ‘soffre di una sindrome di incontinenza orale e ipermnesia’ non può non far pensare a Funes, personaggio di un racconto di Borges, condannato, in conseguenza di una caduta da cavallo, a ricordare tutti i dettagli di ciò che osserva, cosa che gli rende impossibile una vita normale.

Umberto Eco, profondo conoscitore dell’opera di Borges, affermava che la figura di Ireneo Funes è come la metafora del WEB.

Nel romanzo di Flor Canosa il RACK è una sorta di evoluzione semplificata del WEB. Nel RACK non c’è bisogno di lunghe ricerche, i concetti sono ordinati secondo idee semplici.

(RACK non dev’essere un nome scelto a caso. Tra l'altro è anche un acronimo, derivante dai termini inglesi Risk-Aware Consensual Kink, col quale si indica un insieme di pratiche sessuali, con relativi rischi, accettati consensualmente dai partecipanti. E pratiche sessuali, non propriamente ortodosse, in questo romanzo di certo non mancano).

Il RACK è uno dei meccanismi di controllo che il sistema mette in atto per soggiogare le masse. In questo senso POLPA può essere considerato anche come una riflessione sul potere e sul controllo da esso esercitato.

Nella letteratura ispanoamericana tante opere affrontano questo tema, attraverso la critica ai molti dittatori che si sono succeduti al potere in vari stati. Tra gli esempi più noti segnalo Il Signor Presidente, di Asturias, e L’autunno del Patriarca, di Márquez, ma numerosi esempi si possono rinvenire in tanti altri romanzi e racconti ambientati in America Centrale e Meridionale.

Anche POLPA, diviso in tre parti, un po’ letteratura, un po’ filosofia, oltre che rientrare in un genere prossimo alla distopia, può inserirsi nel filone della letteratura che tratta il tema del controllo da parte di un potere e del tentativo da parte dei sudditi di affrancarsi da esso attraverso vari metodi.

Nel mondo costruito del futuro c’è incapacità di provare emozioni, c’è mancanza di empatia, il dolore è proibito per imposizione. Ecco quindi che, come reazione individuale a queste restrizioni, i due personaggi principali, Lunes e Irma, fanno di tutto per procurarsi piacere e dolore allo stesso tempo, con pratiche sessuali di sadomasochismo spinto all’estremo.

L’uso di immagini pornografiche, il linguaggio a volte anch’esso violento, sembrano espedienti narrativi funzionali a definire il livello di violenza perpetrata dal potere. Precedenti del genere si possono rinvenire nei lavori degli argentini Osvaldo Lamborghini e, più recentemente, di Ariel Luppino e, per altri versi e in altre forme, anche in Alberto Laiseca. Ciò che rende anche più interessante il romanzo della Canosa è il fatto che in questo caso il racconto proviene da una voce femminile.

Nell’ultima parte di POLPA, come una sorte di epigrafe, è riportata una frase di Michel Foucault. E non poteva essere diversamente, dal momento che il filosofo francese ha analizzato e studiato a fondo il concetto di controllo, come sistema di potere e soggiogamento che determina i comportamenti individuali per mezzo di dispositivi di sorveglianza, una sorta di panopticon, che nel caso del romanzo della Canosa può essere individuato nel RACK.

Un’ultima considerazione è riservata al traduttore, Giovanni Barone, che ha saputo rendere ottimamente un testo che di certo presentava non poche difficolta nella scelta dei termini da rendere in italiano, soprattutto nelle tante scene dove vengono descritti i rapporti sodomasochistici tra i due personaggi.

Ma, ormai, il suo nome, quanto alle traduzioni di autori ispanoamericani in generale e argentini in particolare, è garanzia di qualità.

Buona lettura con Flor Canosa - POLPA - NEO Edizioni. Trad. Giovanni Barone.

venerdì 14 giugno 2024

Di un amore lontano

Dovessi dire cosa rappresenta per me, ebbene, non ho le idee chiare. Forse è ancora presto e non ho abbastanza confidenza. Di sicuro c’è qualcuno che ne sa più di me e che non ha intenzione di svelare dettagli importanti ai fini della comprensione. 
Se tutto fosse svelato fin dall’inizio, però, non avrei alcun interesse a proseguire nella lettura. 
Faccio fatica ad andare al di là delle parole esibite. Per questo cerco di stare attento quando leggo. Faccio di tutto per non distrarmi. Spesso rileggo anche, illudendomi che così facendo possa riuscire a penetrare nella mente di chi scrive. 
Solo che presto cominciano ad affiorare dubbi e allora mi pongo tante domande. Per esempio, quale potrebbe essere l’età di un uomo giovane? Ed è importante saperlo? 
E le risposte? Spero arrivino prima della fine. Ma va bene anche alla fine.
È sceso da un pullman, su questo non ci piove. Se si tratta di dar credito a queste prime frasi il gioco si presenta facile. Ma devo stare all’erta. Le insidie si possono nascondere dietro ogni angolo. Non sono ammesse distrazioni. 
Questo tipo si aggira come per scoprire una meta. Non è chiaro se conosca già la destinazione o si lascerà andare ai pensieri, se si farà trascinare dall’estro del momento o incontrerà qualcuno che gli darà un suggerimento su come arrivare nel luogo che intende raggiungere. Sembra indeciso, ha le idee confuse e forse non conosce nemmeno la meta finale.
Mi viene in mente che forse dovrei andare in suo soccorso, ma non è che sappia come muovermi. Ho bisogno di qualche altro dettaglio per elaborare un primo aiuto. Sento che presto scenderò in campo anch’io. 
È stanco, ancora debole, e non solo per il viaggio. È appena uscito da una lunga convalescenza, avrà senz’altro bisogno di assistenza. 
E se mi sostituissi completamente a lui, a questo viaggiatore, se così posso definirlo, e mi lasciassi trascinare dai propositi di chi sta scrivendo questo racconto? 
Eccomi, pronto a mettermi a sua disposizione, sebbene mi sembra che anche quello che scrive, nemmeno lui abbia le idee tanto chiare su come far andare avanti la storia. 
Cioè, anche lui sembra si faccia guidare dal caso, dalla contingenza o dalla ‘precarietà delle situazioni stabili’. Così definisce le circostanze che sta vivendo, ma non mi convince molto. 
Ho difficoltà a capire quale parte interpretare, se quella del primo viaggiatore, che di tanto in tanto scompare alla vista, oppure quella di un segugio, uno che vorrebbe seguirlo senza farsi notare, al solo scopo di soddisfare una curiosità che col volgere delle pagine sta aumentando a dismisura. 
In ogni caso, mi ritrovo su un tram, ovviamente lo stesso tram su cui sta viaggiando anche lui. Ormai non posso lasciarlo. Stavo per dire, ormai non posso lasciarmi. Ho l’immagine di una sovrapposizione, corpi che si compenetrano fino a diventare uno, o che arrivano a scambiarsi finanche l’anima. 
Mi siedo davanti a lui. È come se ci conoscessimo da sempre, due amici che si sono ritrovati dopo tanto tempo e che cominciano a rievocare vecchi ricordi, nel tentativo di far rivivere storie dimenticate, quasi perdute.
Sapete cosa penso? Che vi state facendo un’idea sbagliata di me, e forse non avete tutti i torti e per un motivo molto semplice, e cioè che anch’io ho le idee un po’ confuse non solo su di me, ma soprattutto su come continuare questa storia. 
Mi viene da pensare che sarebbe bello, per esempio, a questo punto, introdurre una donna, così da cercarla, mettermi alla sua ricerca, seguire i suoi passi. Una di cui ho poche notizie. Sento, però, che potrei venire a conoscenza di particolari che mi consentiranno di definirla chiaramente. 
E il viaggiatore, quello che ho incontrato nelle prime pagine? Forse scomparirà nel nulla così come dal nulla si era palesato. Oppure lo incontrerò più avanti. Una decisione che prenderò più in là. 
Per adesso la mia attenzione è rivolta a quella donna. Non devo distrarmi, devo fare attenzione a non farla andare via, come se ci conoscessimo da tanto tempo. Non deve essere un problema attaccare discorso, anche se sembra una ragazza nel fiore degli anni, abbastanza giovane, comunque più di me. Niente di più difficile, dal momento che io, ormai, giovane non lo sono da molto. 
Forse la incontrerò davvero un giorno. Vorrei vivere per lei, essere determinato a raggiungerla e seguirla in capo al mondo. Uno stimolo di questo tipo potrebbe tornarmi utile, fornirmi una ragione di vita. 
Quel viaggiatore, intanto, l’ho mai perso di vista? L’ho forse scartato come idea necessaria allo scopo, quello di condurmi in qualche modo a lei? Meglio non affrettare le conclusioni. È preferibile che sia lui a impegnarsi nella ricerca. 
Per questo è entrato in un hotel a chiedere di lei. Scopre subito però che non è là e forse non vi è mai nemmeno entrata. A questo punto questo viaggiatore, sì, sto parlando sempre di lui, si dirige verso un albergo più modesto, che potrebbe chiamarsi anche Ritz, uno frequentato da minatori, dove prende una camera doppia.
Provo una certa ritrosia a introdurre quella giovane donna. Non sarebbe difficile ritrovarla al mio fianco mentre attraverso le strade e le piazze di questa città. Un semplice atto di volontà ed eccoci insieme. 
Non so quanto potrà durare l’illusione ma vorrei incontrarla anche nella realtà, non solo in quella che mi sforzo di creare. 
Ho come l’immagine di un ponte lontano che un giorno unirà i nostri destini, il ricordo di qualcosa di già visto, o di già letto.  
Vorrei dirti che ti conosco, mio inarrivabile fiore. Sì, che ci siamo già visti, anche se non ricordo il tuo nome, e che un giorno attraverseremo un ponte, tu da una parte, io dall’altra, e ci incontreremo esattamente nel centro di quel ponte, il luogo ideale per la realizzazione di un desiderio a lungo sognato, recuperare una storia perduta, incontrarti tra le pagine di un diario lontano.

giovedì 18 aprile 2024

Destinazioni

 


Serena, o forse Carla, 

mentre ti leggo provo a figurarmi la tua immaginazione, la tua capacità di immaginare, il momento esatto in cui cominci a scrivere per dare forma alle idee che ti crescono dentro, arrivate chissà da dove e covate a lungo prima di sbocciare.
Ti seguo mentre parli, cerco di cogliere finanche le sfumature più sottili dei tuoi pensieri, dei tuoi sottintesi, al punto da identificarmi in tutto e per tutto con il destinatario delle tue confessioni.
È a me che ti stai rivolgendo, è con me che stai parlando. Non so come sia avvenuto questo passaggio, come si sia insinuata in me questa convinzione. Se siano state le tue parole a catturarmi, a trovarmi predisposto ad accettarle, ad accoglierle.
Non so se abbiano questo potere, se sia stata tu a dotarle di quella proprietà, come una magia celata che mi ha stregato e adesso non so cosa fare. Non sono in grado di affrontarle, tantomeno respingerle.
È da te, con te che vorrei ripartire. Non ti sembra vero, sono sicuro che non te l’aspettavi e adesso ti toccherà rivedere le fondamenta del tuo romanzo, dovrai creare altre destinazioni per i tuoi pensieri. Oppure rassegnarti a concederti a me, alle mie bizzarre ancorché improduttive fantasie.
Mi verrebbe da rivolgermi a te iniziando la frase con l’attributo che solitamente si usa in questi casi. Cara. Ma voglio evitare la triste cacofonia accostandolo al tuo nome, e allora ne scelgo un altro, Cara Serena, e mi sorge spontaneo il dubbio se abbia qualche diritto di entrare nella tua vita, nella tua intimità.
Eppure, proseguendo nella lettura mi sembra che le tue storie mi invitino a farlo senza alcuna reticenza.
Come valutare altrimenti le narrazioni dei tuoi rapporti con Paolo, un mio alter ego? O un semplice pseudonimo? Anche se ti avrei tenuta tutta per me e non ti avrei mai portata in un luogo di perdizione, se così vogliamo considerare taluni posti dove si praticano scene di sesso multiplo o promiscuo. O forse sì, chissà.
Non ho capito quanto di te ci sia nel tuo personaggio. Forse solo frivole fantasie, quelle che ancora riesco a permettermi, a concedermi.
Continuo a immaginarti mentre solleciti l’immaginazione. Forse non è un grande scotimento, forse è solo un recepire i sussurri provenienti da una storia che qualcuno ha scritto per te.
E la mia parte in tutto ciò qual è, se pure ne è stata prevista una degna di questo nome?
 
“Non bisogna pretendere che il nostro prossimo sia disposto a guardare l’inferno che portiamo dentro”
 
Non possiedo nemmeno una piccola porzione della tua capacità di inventare i ricordi. Mi fa difetto quell’immaginazione che invece in te si trasforma in fiume straripante appena poggi la penna sul quaderno. Così ti vedo.
Non riesco a starci dietro e non riesco più a immaginarti, come pure accadeva quando leggevo le prime pagine del tuo diario.
Sei già troppo avanti rispetto a me. Attenta a mille particolari, che per te hanno ancora un senso.
Io, al contrario, non sono interessato ai dettagli. Vado subito al sodo. Do tutto per scontato. Cioè che chi legge non abbia bisogno di un quadro più chiaro di quello che vagamente di solito abbozzo.
Sono altre le cose che mi aspetto che un lettore richieda da me.
E da te, cosa mi aspetto? Che tu sia serena, e non solo di nome. Che apprezzi le mie sincerità, non ti nascondo niente, che insegui le mie aperture nei tuoi confronti.
Le tue parole sono un castello costruito con tessere perfettamente giustapposte. Mi ci inoltro con l’intento di decifrare formule arcane. I tuoi slanci mi fanno venire il capogiro.
“Con te sono stata serena”, ho letto, illudendomi che fossero parole rivolte esclusivamente a me.
Mi sono perso dentro le tue storie. Ed è stato un perdermi lento in una dolce vertigine.
"Quel che è sicuro, è che c’è un’immagine che non mi ha mai lasciato. Poco importa, ormai, sapere da dove provenga, se dalla realtà o dalla fantasia”.


Serena Penni - La destinazione - Il ramo e la foglia edizioni

 

 

sabato 8 gennaio 2022

L'ora della lettura

 


Ho bisogno di bere, un goccetto di rhum è quello che ci vuole, è il momento di un buon bicchierino di Zacapa, che dà il senso di cosa veramente significa un gusto rotondo, qualcosa che scivola nel palato, delicatamente, senza ostacoli e così mi ritrovo, senza nemmeno accorgermene, a riprendere il discorso, lentamente, da dove l’avevo lasciato, sospeso, ad osservare il pubblico presente, affacciato da oblò improvvisati, che gesticola con mostruose articolazioni delle labbra, e con accenni che si fanno vieppiù artificiosi e di difficile lettura.

venerdì 24 aprile 2020

I sogni della memoria - 5

Io queste cose le scrivo per me, davvero non penso a nessun altro, e l’amore, sì, anch'io ho avuto un’idea, ma forse del tutto sbagliata, diversa da come normalmente si intende. Ma cosa c’è di normale in me, in definitiva?
Non ricordo ormai più tante cose di me, né se davvero ci sono state o solo fole inventate. Mi cullavo di scriverne, come forza per cercare la vita, ma troppo spenti il passato e il presente, così pure il futuro, sempre più rinchiuso in me stesso, senza forza di inventare alcunché. 
Del resto, nessun personaggio mi ha preso per mano per indicarmi la strada, o anche soltanto un abbozzo, un’ipotesi, un’idea.
Ciò che resta, solo un ammasso di vuote parole, tanto poco importano i fatti.

giovedì 23 aprile 2020

I sogni della memoria - 4

L’amore, dicevo. Aspetterò un amore per parlarne davvero. Sempre che ne sia capace. Non solo di scriverne, ma anche solo di capire che d’amore si tratta. Perché, forse, ci sono anche passato, ed è stato, potrei dire, asintomatico. I frutti caduti anzitempo, dall'albero cui erano appesi. 
Troppo fragili, può darsi, i legami o, ancora una volta, qualcosa che non avevo intuito. Né avrò più tempo ormai per capire.
Questi metri, come imposti, e chissà da chi, mi impediscono di rivelare liberamente, a dire il vero, non saprei neanche cosa.
Ma forse mi inganno, cioè, sto imbrogliando me stesso. Avrei voluto essere stato giovane e forte, invece, eccomi qua, ad inventare ricordi, mendicare memorie che ho perso per sempre, quand'anche. Questo obbligo quasi di esprimermi in versi, ma chi me lo impone?, non inibisce, comunque, pudori, la fantasia non assiste, e così rimango dove sono, senza riuscire ad andare oltre. 

martedì 21 aprile 2020

I sogni della memoria - 2

Un chiurlo, ma dev'esser ben altro che un semplice uccello, emette una nota monotona e mi riporta al presente. Cosa potevo sapere di quest’oggi a quei tempi? Erano giorni in cui mi perdevo a rincorrere sogni o, peggio ancora, utopie, a chiedermi, Chi sono?, a indagare il futuro. Com'è chiaro, le risposte non c'erano, non uguali a ciò che poi è stato.
Il presente è propizio per rinchiudermi ancora di più e non perdo occasione, sono pronto, ormai, da una vita. E il futuro di oggi è ancora più incerto. Forse è questa la cappa che opprime di più, l’incertezza di una vita già appesantita, non solo dei momenti presenti, senza tempo, senza vita. C’è tutto quello che è stato che non mi convince, e non mi conforta, i segmenti pregressi, come del tutto estranei a me stesso.
A volte penso a come sarebbe bello poter ripartire, ma il pensiero non sa andare più avanti, capire, cioè, come volevo che fosse, come volevo che fossi. Non sono solo le parole a mancare, è l’immaginazione a farmi difetto, ciò che non sono stato non è stato per sempre, e non sembri affermazione banale.
I punti di vista alla fine si allacciano, come in un gioco di enigmi. La figura che ne esce è una sintesi che non sempre si riconosce, tanto meno si apprezza. Quel che resta è un consumo di anni sprecati, o perduti, come i giorni che stiamo vivendo, per paura di una causa invisibile. 
Non molto è cambiato per me, lo capisco dopo un breve raffronto, ma non so se meglio il prima che è stato, o l’adesso che è niente, il prima, quando qualcosa poteva sbocciare, o l’adesso che non è niente di niente, il prima, una finta per vivere, o quest’oggi, che mi azzardo a non volere più niente.
Ma forse questo niente è stato quello che a conti fatti ho cercato da sempre. Non so spiegarmi altrimenti le strade intraprese fuori dai percorsi tracciati, alla ricerca ogni volta, per spirito di pura rivolta, di alternative che comunque han prodotto ben poco.

lunedì 20 aprile 2020

I sogni della memoria - 1

Giorni di isolamento forzato. Ma non è vero, non esattamente così. Son giorni in cui incontro tante persone. In realtà personaggi, ma va bene lo stesso. I tanti personaggi sono per lo più racchiusi in un unico individuo, che poi sarei io. Poi, certo, ci sono anche gli altri, ma forse anche negli altri quasi sempre e solo io. 
Capito, quindi, che questo non può essere isolamento? C’è di buono, e mi ritengo un po’ fortunato, che almeno non c’è rischio di qualche contagio, 
I personaggi appartengono quasi tutti al passato, ormai. Ed anche ai sogni, ma quelli mi capita spesso di perderli. A volte riappaiono, anche dopo tanto tempo. Ma a quel punto non so più dire se li ho incontrati nel sogno o altrove.
Ma, ai fini che mi propongo, questo dettaglio ha poca importanza. Già, ma cosa mi propongo, allora? Anche questo fa parte di un mistero che non so decifrare, e comunque, non così paralizzante da indurmi a non scrivere.
Per tutto questo dovrei essere felice. Ma forse non è così, oppure non so cos'è la felicità. Già, perché sono tante le cose che ignoro. Mi rivolgo al passato ed ecco, non so, pronta l’ignoranza si palesa in tutta la sua magnificenza. Subito, cioè, a chiedermi chi sono stato e, come sempre, a non trovare risposte. E poi, anche la paura, che non so da dove proviene, ma c’è sempre.
Ormai me la tengo così com'è, e voglio scrivere lo stesso, sono abituato da un po’, non mi faccio più problemi, e visto che, vivere devo vivere, almeno questo tempo lo occupo con ciò che più mi piace fare, non dico con ciò che più so fare, perché sarebbe un azzardo e comunque, scrivo, sempre qualcosa, soprattutto quando mi appresto a leggere un libro.
Non che le cose che scrivo abbiano a che fare con ciò che leggo. Non necessariamente, o forse, in qualche modo sono condizionate. È col passato e con l’immediato presente che interagisco, non sapendo in anticipo cosa ne verrà fuori. Lo accetto comunque, ed anche questo è un modo per conoscermi meglio, la strada per scavare dentro me a scoprire aspetti che non immaginavo di possedere. Per questo dico che cambiamo momento dopo momento e abbiamo a che fare con un essere ogni volta diverso. Piaccia o non piaccia è questo il succo dell’esistenza.
Non che la consapevolezza a cui sono giunto mi fornisca il giusto ottimismo per continuare a vivere, però, vivere devo vivere, e poi si vedrà. Se qualcuno mi chiedesse cosa mi aspetto, non ho certezze di niente, e forse è meglio così, anche se la risposta non mi soddisferebbe.
Non posso saperlo in anticipo, cioè, non voglio. Mi lascio andare all'immaginazione, sia pur scarsa, per provare a valicarne i limiti. Solo così potrò ritornare in me stesso. Ritornando, cioè, a me stesso, a quello che sono stato, o avrei voluto.
Tanto, ormai non c’è più quello che ero. Ogni giorno muto, ogni momento soggetto a cambiamenti che, per fortuna, non so gestire né prevedere, tantomeno programmare.
L’angoscia è quella del tempo, o del poco tempo, e non sapere cosa fare, da dove cominciare, e la vulnerabilità cui sono soggetto quando volgo lo sguardo all'indietro. Mi muovo entro spazi ristretti, angusti, ed anche con molto disagio, per la mancanza di appigli. Giusto qualcosa, ma non ricordo bene che cosa.
L’ultima volta, ad esempio, che ho fatto del sesso. Non ne ho più memoria e questo oblio mi persuade che non ci saranno occasioni per interrompere questa astinenza che, a questo punto, potrò dichiarare ufficiale, nonché permanente. 
Un’ennesima data perduta, solo perché non potevo immaginare fosse l’ultima. Con i pensieri è successo ancora, ma non è propriamente lo stesso, se ricordo bene. Conservo una rimembranza lontana e per lo più confusa, per nulla chiara, ma non so se era questo il ricordo che aspettavo. In ogni caso è stato così e faccio finta di niente, come se appartenesse ad un mondo non mio.
Quando un episodio può essere considerato ormai definitivamente lasciato alle spalle? Può darsi che di tanto in tanto riesca ancora ad affondare i denti nei garretti, sembra qualcosa di innocuo, un solletico che presto scompare, salvo poi a ritornare quando meno si aspetta, quando si pensava scomparso in una foschia indistinta, una nebbia da lupa incorporea che acceca. 
Quel piccolo segno è ancora visibile, e forse anche immodificabile. Ma che importa? Vai avanti lo stesso dopo aver condiviso un tratto di cammino, un passaggio obbligato, così appariva. Ora è altra cosa, ma quel segno ancora oggi mi spinge a pensare lo sviluppo possibile, ma non sembra più così facile l’azzardo, non sempre si palesa reale, e il duro lavoro serve anche a questo.
Sembra che non possa non occuparmi di quello che sta succedendo in questi giorni, dopo tutto non sono ancora fuori dal mondo. Il ritorno al passato è una fuga che spossa. Sento il passare dei giorni come un’eco lontana, ogni tanto qualcuno scompare, perso per sempre, oppure ritorna, ma è ormai cosa morta. Ha solo lasciato una piccola traccia che a fatica mi appresto a carpire e a capire. Più spesso non rimane granché.
Quindi, questa perdita di ore, di giorni, non pare pesarmi, qua e là un din don di campane, un brusio che disturba la quiete di una domenica come un giorno qualunque.
Non è facile assecondare il ritmo di tali giornate quando invece potrei vivere d’altro. Le alternative non appaiono certe ma almeno un’idea ce l’avrei, un fastidio che occupa spazi chiusi dentro me, un tarlo distante che a riprese ritorna, come a dirmi, Non hai voluto, Non hai osato andare più in là, bloccato da ignote paure, e adesso il rimpianto, o è rimorso?, mi stritola il cuore.
Eccomi dunque disperso nella crudele flagranza di ricordi che non so se potrò più tralasciare, la vita che si ripresenta a piccole dosi, ma sì, certo, certissimo, resteranno ancora nella memoria, per sempre, con tutti i freni che mi hanno trattenuto dal …, ma perché ricordare ancora le età perdute, e le conseguenze mancate?

sabato 9 febbraio 2019

Il canto dell'essere e dell'apparire

Tutti i personaggi di una storia sei sempre tu, è una storia con te stesso, una lotta incontrastata, di frasi, battute, azioni.

Pensare a tutt'altro mentre stai facendo qualcosa, come se quel sole non stesse riscaldando te, come se quei pugni non fossero diretti verso te, non ti stessero massacrando il volto, pensare ad altro, chissà cosa, non sentire neanche dolore, visto che tu sei fuori dal tuo corpo in quel momento, il contatto fisico è stato disinnescato.

Come se le lancette delle ore di un orologio volessero raggiungere quelle dei minuti, viaggiare alla stessa velocità, allo stesso modo la mia mente, io, cerco di raggiungere le parole che fuoriescono dalla bocca mentre sto leggendo a voce alta, per carpirne il significato, scoprirne i segreti.