Lettori fissi

venerdì 13 marzo 2026

Tango a Porto, la sfida di un romanzo sul nulla (o quasi)

Di seguito un'intervista che la scrittrice Roberta Salardi ha pubblicato sul suo sito Lettere a nessuno (al femminile) relativa al romanzo Tango a Porto, edizioni Qed.

Intervista all’autore, Antonio Danise

RS Perché mettere al centro di un romanzo l’io narrante mentre scrive, non, beninteso, l’autobiografia dell’autore, bensì l’interrogarsi del narratore intorno alla scrittura, alla necessità di romanzare la vita? Una citazione: “Sto parlando da anni a me stesso, e solo a me stesso. La testa in ebollizione e, a volte, non mi comprendo nemmeno, non ricordo chi sono stato. Il passato un vuoto in cui rischio di perdermi, di sprofondare…” (Antonio Danise, Tango a Porto, Qed 2025, pp 18-19): da questo frammento sarebbe il desiderio di conoscersi che spinge a prendere la penna… Altra citazione, questa volta collocata a fine romanzo, che batte sullo stesso tasto con una lieve variazione: “La persona che oggi sta scrivendo non è la stessa di quella che ho conosciuto, o pensavo di conoscere, in altri momenti.” (pag 100). La difficoltà a conoscere un io sempre mutevole viene confermata in più punti e toglie la terra sotto i piedi alla scrittura, sembrerebbe…

AD La metanarrativa è un tema che mi affascina. L’interrogarsi di un narratore sul senso della scrittura, l’antitesi tra verità e finzione, la consapevolezza che la realtà si manifesta in tanti modi per quanti sono i soggetti che la percepiscono, la considerazione che non è mai univoca, bensì plurisfaccettata.
Il tentativo di rappresentare la realtà non genera risultati esaurienti, né soddisfacenti. Non è produttivo di una verità oggettiva o in qualche modo attendibile, dal momento che si presenta ogni volta sotto aspetti cangianti. In definitiva, per quanti sforzi un autore possa compiere, la scrittura non può mai dar conto della realtà nel suo complesso.
Sono tematiche che da sempre mi piace esplorare e che ho provato a narrativizzare in Tango a Porto.
Il professore, protagonista del romanzo, scrive per cercare una via di fuga dalla realtà problematica, per scappare da un oceano di solitudine. Allo stesso tempo, la scrittura è uno strumento di conservazione della memoria, che serve a fissare dei momenti che altrimenti rischierebbero di scomparire per sempre. È un modo per ricostruire un passato, partendo da avvenimenti realmente accaduti, e da altri solo sognati, da speranze, da illusioni e altri eventi che non necessariamente hanno fatto parte della vita vissuta.
Tango a Porto è un lavoro sull’importanza della scrittura, uno strumento che fa prendere coscienza dei cambiamenti che avvengono, delle varie personalità che si assumono nel corso di un’esistenza.
La lettura di un libro di Lobo Antunes fa sprofondare il narratore nel caos del passato, nel labirinto della memoria, nel caleidoscopio dei ricordi, alla ricerca di un’identità che sembra non si sia mai palesata, che non è mai stata chiara, netta, inequivoca.
Nel romanzo dell’autore portoghese tutto avviene contemporaneamente, in un eterno presente, senza distinzioni temporali.
Le descrizioni degli eventi si sovrappongono, i ricordi si accavallano, le voci generano una polifonia intricata. Mi sono cimentato anch’io in questo azzardo. Ho provato, cioè, a rendere una simultaneità che cercasse di prescindere dall’avvicendamento degli avvenimenti narrati, senza tenere in considerazione la sequenza cronologica dei fatti.
La narrazione si sviluppa o, piuttosto, si avviluppa, in un’atmosfera onirica, tanto che c’è poca chiarezza quanto alla cronologia degli eventi narrati e allo svolgimento dei fatti, essenzialmente perché non ci sono azioni nel romanzo, se non minime e per lo più nella mente dell’io narrante, come è naturale che sia quando a prevalere sono i sogni o i ricordi.
Qual è il tempo della scrittura? In che momento è avvenuto l’arrivo, la prima volta, a Porto? Quando la malattia della moglie?
Prima di cosa?
Non c’è modo di trovare risposte a questi e ad altri dubbi che sorgono nel corso della lettura. Non è possibile impiegare le consuete categorie della logica nell’affrontare questo romanzo. L’approccio al testo non può avere nulla di razionale, perché c’è poco di logico e consequenziale nei sogni, o nei ricordi che si riaffacciano ogni volta senza un ordine.
Tutto si compie all’interno della scrittura, che prende vita attraverso la rievocazione dei ricordi. Non c’è altro al di fuori della scrittura. Non sembra esserci una realtà se non dentro una memoria scomposta. Il narratore scrive per ricostruire la propria vita, attraverso il racconto dei ricordi, così come si vanno affacciando nella mente.
Una delle caratteristiche di questo romanzo è proprio il lavoro sul processo di scrittura. Un metodo presente anche nei miei precedenti scritti. La funzione della scrittura come strumento di conservazione dei ricordi, ma anche come esercizio terapeutico, di scandaglio interiore. Un mezzo per inventare mondi, un modo per provare a scappare dalla solitudine.
L’io narrante fondamentalmente è un uomo solo. Scrive per creare mondi, per inventare universi paralleli dove provare a vivere. Il narratore di Tango a Porto a un certo punto si spinge a dire che “La scrittura, questo tipo di scrittura, per me è un esercizio terapeutico”.
Mano a mano che si procede nella lettura, Tango a Porto si evidenzia sempre più come un tentativo, pur necessario, da parte del narratore, di trovare un modo per raccontare una storia che, tuttavia, stenta a emergere.
Ci sono pochi punti fermi nel romanzo. Porto, Sofia, il lavoro di Lobo Antunes, un romanzo da scrivere, il passato del narratore, che appare più immaginato che reale.
Dal punto di vista strutturale si tratta di un romanzo nel romanzo. Una narrazione che ha come oggetto proprio l’atto della scrittura. Il narratore infatti fa spesso riferimento al metodo di lavoro, alle difficoltà della scrittura, ai problemi nello sviluppo della trama.
Questi problemi emergono anche nel momento in cui si trova a dover preparare l’intervento per il convegno a Porto, partendo dal romanzo di Lobo Antunes La morte di Carlos Gardel.
In realtà, il romanzo dello scrittore portoghese è poco più che un semplice pretesto. Partendo da quel romanzo ho immaginato una storia, più storie, che in qualche modo ho cercato di fondere in un unico racconto.
Una delle cose che più mi ha divertito e soddisfatto è stato sperimentare un modo di scrivere che richiama in alcune pagine, fatte le debite differenze, lo stile di Lobo Antunes, e riportare allo stesso tempo su carta i ricordi di un viaggio fatto a Porto.
In aggiunta, vi sono le riflessioni sull’esistenza, le ossessioni per la scrittura, i continui dialoghi del narratore con i lettori, oltre ai tormenti sentimentali per una donna vagamente delineata.
L’intertestualità è un’altra caratteristica del romanzo. Il dialogo, cioè, tra libri, tra le opere di altri autori. I libri si parlano, si corrispondono, entrano in relazione.
Tango a Porto è strettamente connesso con La morte di Carlos Gardel, al punto che António Lobo Antunes, insieme al suo romanzo, può essere considerato un vero e proprio personaggio. Il romanzo di Lobo Antunes si interseca con la storia di Tango a Porto, i due racconti a volte si incontrano, le loro strade si intrecciano, percorrono un tratto insieme, poi si allontanano, si perdono e si ritrovano continuamente. Proprio come i ballerini di un tango.
C’è un confronto continuo fra i testi. Il professore, nel tentativo di preparare l’intervento per il convegno, fa spesso riferimento all’autore portoghese, illustrando il suo metodo di scrittura che non ha eguali nella letteratura contemporanea.
La realtà è mutevole, appare sempre sotto varie forme. Se ne avvede anche il narratore/protagonista nel momento in cui prova a riportarla. In questo c’è senz’altro un’eco della poetica di Fernando Pessoa, con particolare riferimento alla presenza nei suoi lavori di numerosi eteronomi, veri e propri autori nati dalla penna del poeta, ma che hanno ciascuno una propria identità, una propria autonomia, a significare una realtà che può essere esaminata da più punti di vista, e che presenta svariate forme e differenti aspetti, a seconda di chi la esperisce.
In Tango a Porto, oltre al romanzo di Lobo Antunes, ci sono riferimenti ad alcuni progetti di scrittura che il narratore ha intenzione di realizzare. Uno su un mago, e un altro che vorrebbe intitolare Forse. Tentativi che naufragano miseramente per poco impegno e scarsa determinazione. C’è poi la relazione, da presentare al convegno di studi a Porto, che stenta a emergere. Infine c’è il romanzo che dovrebbe avere come protagonista Sofia, che però non riesce a prendere forma.
Anche la scrittura diventa così un’ossessione per il professore, che esce sempre più frustrato da questa sequenza di prove fallimentari. Le ossessioni diventano anche ossessioni erotiche quando si ritrova a pensare a Sofia, fino ad assumere la forma di disordini mentali, tanto che la figura femminile sembra più un fantasma d’amore che una donna reale.
L’esperienza di Porto e le vicende personali hanno segnato la vita del narratore che, dopo quel viaggio, non sarà più lo stesso di prima. È costantemente dibattuto fra il passato e il presente, tra ciò che c’è stato e che non è più. Sempre su un crinale fra abbandonare Sofia e il desiderio di chiarirsi, di incontrarla, di trovarla davvero. Combattuto tra il dolore per averla persa e, allo stesso tempo, il piacere di essersene liberato. Le riflessioni sul suo passato si trasformano, infine, in vere e proprie inquietudini, per usare un termine caro a Pessoa, che sanciscono l’impossibilità di conciliare la passione per la scrittura e l’amore per Sofia.
Tuttavia, sente che deve ancora scrivere di lei. Questa la conclusione a cui giunge, altrimenti tutto sarà destinato a finire.
Produce brani di un racconto, ritornando a momenti di passione con Sofia, solo che è costantemente insoddisfatto di ciò che scrive.
Non si riconosce più nemmeno in ciò che è stato, si sente una persona del tutto diversa rispetto a quella che conosceva.
Cosa è successo? Quale la causa che ha determinato questo cambiamento? Forse non è chiaramente esplicitata, però qualche effetto devono averlo prodotto i problemi di salute della moglie, il nodo della figlia, il rapporto con l’opera di António Lobo Antunes, la storia con Sofia, e un ruolo l’avrà avuto senz’altro anche quel romanzo che non è riuscito a portare a termine.
Lo stile di Tango a Porto, in alcune parti, si rifà a quello di Lobo Antunes. I romanzi dell’autore portoghese si caratterizzano per la polifonia delle voci narranti. Un evento viene narrato contemporaneamente così come viene osservato da differenti punti di vista, da quelli dei personaggi che partecipano all’azione. Vi è quindi una frammentazione del punto di vista e chi legge è chiamato a collaborare, attraverso un lavoro di ricomposizione dei fatti narrati, come per mettere insieme le tessere di un puzzle.
La polifonia di Lobo Antunes e la moltitudine di voci, in Tango a Porto vengono sostituite dalla monodia. Nel testo vi è una sola voce narrante, e il romanzo appare come un ossessivo monologo interiore. Compito del lettore, anche in questo caso, è provare ad aggregare i frammenti presenti qua e là tra le pagine per ricostruire la storia.

RS La questione filosofica, trasmessaci dal Novecento (il nostro secolo padre e fratello, perché non lo abbiamo superato), inerente alla difficoltà, forse impossibilità, di una conoscenza piena, positivista, di cose e persone, innerva ogni parte di questo romanzo. Questo libro è come un calice di vino posato su uno scaffale di filosofia? (potremmo usare quest’espressione?)

AD Molte delle problematiche sorte nel clima culturale e filosofico al principio del Novecento, e che hanno condizionato gran parte del XX secolo, sono presenti in Tango a Porto. Anche La morte di Carlos Gardel, ultimo romanzo di una trilogia, benché pubblicato nel 1994, cioè al tramonto del secolo, può rientrare in questo contesto.
Probabilmente Italo Svevo, con il protagonista di La coscienza di Zeno, si è affacciato da un lontano passato bussando alla porta della mia mente nel momento in cui ho cominciato a scrivere il romanzo. Di certo anche altri autori hanno esercitato un’influenza su di me. Penso, ad esempio, a Pirandello, a Joyce, a Beckett ma, per certi versi, e per rimanere in ambito lusofono, anche a Pessoa.
Autori che hanno esplorato il tema dell’inettitudine, dell’inadeguatezza esistenziale, dell’inquietudine, della frammentazione dell’io, che hanno dato un’impronta importante, anche attraverso lo strumento del monologo interiore, al romanzo del Novecento.
In Tango a Porto, il narratore si interroga sulla scrittura, su sé stesso, su ciò che può e non può conoscere. C’è l’impossibilità di giungere a una verità oggettiva, di sapere chi si è, e tuttavia chi racconta avverte la necessità di insistere, di continuare a porsi domande sulla propria identità. L’illusione di poter trovare una risposta nella scrittura spinge il protagonista a proseguire, anche a costo di comunicare l’impossibilità di comunicare, o la volontà di non comunicare. Il professore studia Lobo Antunes, cerca di capire La morte di Carlos Gardel, si guarda scrivere ma senza riuscire a produrre qualcosa di soddisfacente. In Tango a Porto si ripresentano i dubbi, le crisi, le domande che hanno attraversato il Novecento e che non hanno ancora trovato risposte. Così, ogni volta che il professore riprende a scrivere, si ritrova in quel secolo, a soffrire le stesse crisi, a porsi le stesse domande, continuando a coltivare illusioni e a nutrire speranze di trovare risposte.

RS Una domanda necessaria su Antunes. Perché il libro scelto come riferimento di tanti ragionamenti della voce narrante è La morte di Carlos Gardel? Si accenna a pag 28 che dentro quel romanzo sarebbe contenuta anche la storia del narratore: dobbiamo credere a questo breve accenno o forse è detto in senso generale?

AD Negli anni dell’università mi sono avvicinato alla cultura dei paesi di lingua portoghese. Col tempo ho sviluppato una vera e propria passione, in modo particolare per la musica e la letteratura lusofone. Innanzitutto ho amato José Saramago e la sua scrittura. Più tardi ho scoperto António Lobo Antunes. Mi ha affascinato fin da subito il suo modo di scrivere, del tutto personale. Oggi posso dire che è uno degli autori che più mi hanno segnato.
La scelta di fare ricorso a La morte di Carlos Gardel per il mio romanzo è dovuta semplicemente al fatto che mentre rileggevo quel libro mi era venuta l’idea di scrivere una storia che, partendo da quel romanzo, mi consentisse di utilizzare alcuni appunti presi durante un viaggio a Porto, rimasti a lungo in uno stato di attesa, pronti a ripresentarsi alla prima occasione utile.
Tango a Porto deve molto al romanzo di Lobo Antunes. Il narratore di Tango a Porto, che vorrebbe scrivere un romanzo, attinge a piene mani dal testo dell’autore portoghese, ma potrei dire anche da tutta la sua opera, tanto da rischiare di confondere la realtà, quella che egli vive, con quella descritta nel romanzo di Lobo Antunes. L’ambientazione di alcune scene in un ospedale, con riferimenti propri del luogo. La presenza di una moglie, e l’idea di una figlia, con i relativi sviluppi, sia pur divergenti nei due testi. L’affiorare e l’emergere dei ricordi, il disvelamento della memoria. La descrizione di una città portoghese, come ambientazione di fondo. C’è, poi, la schizofrenia, lo sdoppiamento della personalità, la frammentazione dell’io, l’indagine approfondita dell’identità, la necessità di recuperare il passato, i ricordi che si fanno presente.
Quanto all’aspetto strutturale penso alla ripetizione ossessiva di certe frasi. Non solo, quindi, elementi connessi alla trama, ma anche aspetti più propriamente formali.
Sono temi ripresi dalla produzione letteraria dell’autore portoghese e, in questo senso, si può affermare che il narratore di Tango a Porto, nel romanzo La morte di Carlos Gardel, ritrova lacerti della propria vita.
Ovviamente, anch’io, che ho scritto il romanzo, devo molto a Lobo Antunes, tanto che Tango a Porto oltre che un omaggio alla scrittura in sé, può essere considerato un atto d’amore nei confronti dello stile e del modo di scrivere di António Lobo Antunes.

RS Antunes disse in un’intervista: “Io non racconto, io scrivo.” Non è la trama al centro di ogni romanzo, è lo stile. Si potrebbe scrivere un romanzo persino sul nulla, o quasi? È questo che l’autore ha voluto dimostrare?

AD Esiste un’ampia letteratura sul nulla. Mi viene in mente la Guida al nulla di Jaroslav Hašek. Andando avanti e indietro nel tempo mi piace citare Claudio Magris allorché fa riferimento al progetto di Flaubert di scrivere “un libro su niente, un libro senza appigli esteriori, che si tenga su da solo per la forza intrinseca dello stile”. Sergio Givone ha scritto una Storia del nulla. Sartre il saggio dal titolo L’essere e il nulla. Beckett, uno dei miei autori di riferimento, ha scritto una serie di prose brevi con titolo Testi per nulla. Il nulla, il tentativo di scrivere di niente, e sul niente, di continuare a farlo prescindendo dal racconto di una storia, sono sfide a cui mi sottopongo intenzionalmente e che mi piace sostenere. Consentitemi qualche autocitazione. A proposito del mio precedente romanzo, La signorina Maria, un lettore si domandava come avessi potuto scrivere un romanzo di oltre duecento pagine senza dire nulla, che non so se è la stessa cosa che scrivere un romanzo sul nulla, ma comunque c’è sempre il nulla di mezzo. In un altro mio scritto il narratore dice che il nulla lo sa descrivere proprio bene, e che sarebbe capace di farlo per pagine e pagine, perché è mondo anche quel nulla.
Penso che si sia raccontato pressoché tutto ormai, che siano pochi gli argomenti ancora non trattati, dopo secoli di letteratura e di arte. A tal proposito, negli anni ‘60 si è parlato di fine del romanzo. Umberto Eco ha introdotto il concetto di opera aperta. Questo modo di concepire l’arte prevede la partecipazione del lettore alla ricostruzione di un’opera. Il lettore diventa così un elemento fondamentale dell’opera, ha il compito di scegliere il modo in cui decifrare ciò che legge, facendosi parte attiva nella creazione.
Si tratta della stessa collaborazione che viene richiesta al lettore che si appresti a leggere Lobo Antunes, perché possa ricomporre il mosaico della narrazione che l’autore portoghese espone in modo del tutto scomposto nei suoi romanzi.
In Tango a Porto in più occasioni l’autore/narratore si rivolge direttamente al lettore, cercando di coinvolgerlo e di farlo entrare nell’universo finzionale, per avere un sostegno concreto e, in un caso, chiede aiuto per continuare persino allo stesso Carlos Gardel, personaggio del romanzo di Lobo Antunes, mentre altrove si rivolge anche a Sofia per reclamare un intervento risolutore.
Anni di letture mi hanno portato a formarmi una personale convinzione riguardo al contenuto di un testo. La trama, per me, molto spesso passa in secondo piano rispetto alla forma. Non sto dicendo che non debba esistere una storia, ma non è la prima cosa a cui penso. Mi interessa di più il modo in cui raccontare una storia e di conseguenza diventa naturale, quando scrivo, riporre più attenzione allo stile, all’aspetto formale, alla lingua utilizzata.
Nonostante nel romanzo sia presente, ancorché esile, un abbozzo di trama, alla base di tutto c’è un narratore che, più che narrare storie, colleziona prove assolutamente fallimentari, che non vanno a buon fine, che non raggiungono lo scopo desiderato. Il protagonista insiste a porsi interrogativi a cui non riesce a dare risposte. C’è un punto nel romanzo in cui persevera ossessivamente a rivolgersi domande sul passato, sulla sua reale identità, ma rimane continuamente invischiato in esplorazioni introspettive del tutto infruttuose, senza trovare una via d’uscita.
Sofia, l’esperienza a Porto, la speranza che il protagonista ripone in un futuro in Portogallo, la lettura di Lobo Antunes, l’elaborazione di un romanzo, tutti questi elementi possono apparire come inviti a non rassegnarsi a derive narcisistiche, esortazioni a evitare ripiegamenti su sé stesso, tentativi di rompere con i propri limiti, con le continue ossessioni. Tuttavia, a causa dell’inquietudine in cui si ritrova a vivere, alla lunga rimangono solo desideri insoddisfatti, irrealizzati e forse anche irrealizzabili.
Cosa dire ancora di Tango a Porto? Cos’altro aggiungere? Come si può parlare di questo romanzo se non affermando l’impossibilità di dire qualcosa?
C’è qualcuno che racconta, per lo più cose scollegate dalla realtà, vicende del passato, di un passato non chiaro quanto distante dal qui e ora. Non c’è salvezza per il protagonista al di fuori della scrittura. La memoria non riporta ricordi utili ad affrancarlo dalla situazione che vive. Vorrebbe utilizzare i ricordi per ripartire, per ricostruire una nuova vita, ma anche questo si rivela uno sforzo senza esito.
Non c’è una storia con un inizio, uno sviluppo e una conclusione. Sembra un salto nel vuoto. Al di là della scarna trama c’è solo un modo di scrivere. La scrittura, alla fine, si rivela come uno strumento di evasione.
Tango a Porto è un romanzo ad andamento circolare, ricomincia dalla fine, dove c’è un uomo, solo, che si ritrova a riflettere di fronte all’immensità dell’oceano.

Firenze, marzo 2026

martedì 10 marzo 2026

Tango a Porto

Mercoledì 11 marzo, ore 18.30, presso la libreria Antigone di Milano, in via Kramer, 20 si parlerà di Tango a Porto, Qed edizioni. 
Con me ci sarà Emiliano Salvi.
Sarà l'occasione anche per ricordare lo scrittore portoghese António Lobo Antunes, recentemente scomparso.
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lunedì 23 febbraio 2026

Il giardino dei fiori infelici - Nicola Lucchi


Lucas ‘non sapeva sorridere, non sapeva piangere, non sapeva dimenticare. Era intrappolato dentro la memoria di ciò che era stato’. 

Non è un giallo questo romanzo. Ci sono dei morti, e l’omicida è noto fin da subito. È stato già anche catturato e arrestato. 
E allora cos’è? Perché leggerlo? Cosa c’è ancora da scoprire? Dove ci vuole condurre l’autore? Qual è il movente? Il motivo per cui sono stati commessi alcuni terribili omicidi? 
Il giardino dei fiori infelici si compone di sette capitoli. Ognuno ha per titolo il nome di una pianta. 
È la storia di Lucas, il responsabile dei delitti, che guida il prete, don Raffaele, e i carabinieri, al ritrovamento dei cadaveri di bambini scomparsi, sepolti alla base di queste piante. 
Come detto, questo non è un giallo. Non nel senso classico del termine. 
Si può parlarne seguendo il racconto così come l’ha strutturato l’autore, che ha fatto ricorso a una sapiente distillazione di dettagli a piccolissime dosi, a una disseminazione ossessionante e ammaliante di particolari, all’apparenza trascurabili e insignificanti. Mentre leggiamo siamo trascinati dentro un incantesimo, tanto che non possiamo fare a meno di continuare, pagina dopo pagina, come se ci trovassimo al cospetto di un mago “che [ha] deciso di svelare i propri segreti”. 
Olga, la madre di Lucas, narratrice della storia, ci conduce per mano nella passeggiata nel bosco in cui Lucas, accompagnato da don Raffaele, e scortato a distanza dai militi, indica i luoghi dove sono stati sepolti i resti dei bambini. 
C’è un gioco della narrazione che si sviluppa lungo tutto il romanzo. Noi lettori conosciamo la verità come ce la disvela Olga che, a sua volta, racconta ciò che accade durante la passeggiata nel bosco per come le viene riferito dagli spiriti dei bambini uccisi. 
Sappiamo quello che pensa il prete perché ce ne parla Lucas. Conosciamo i trascorsi della storia attraverso i ricordi e le rievocazione di Olga. Anche quello che Lucas sa ce lo dice sua madre. Infine, noi lettori che siamo al di fuori dalla realtà finzionale, sappiamo quello che dice la madre e gli altri personaggi perché lo scrive l’autore del romanzo. 
Alla lunga, a forza di sospensioni, ci immergiamo talmente tanto nel bosco, in questo caso narrativo, creato da Lucchi, che finiamo per diventare personaggi del romanzo. Siamo catapultati dentro la trama, trascinati nel vortice di notizie e informazioni che Olga ci dispensa, con una scansione logorante e a volte persino soffocante. 
Sembra prenderci in giro, Olga, col suo procedere asfissiante avanti e indietro nel tempo, come se ci sottoponesse ogni volta a degli indovinelli, a degli enigmi da risolvere. Ci tiene attaccati a ogni frase. Lei sì che è una vera maga. Del resto è lei, Olga, ad avere le visioni, a vedere i fantasmi. Tutto ciò che sappiamo è filtrato dal suo sguardo, dalla sua memoria, passa attraverso lei. 
Il lettore, però, è portato a prendere col beneficio del dubbio quello che racconta la donna, considerata dagli abitanti del paese come una ritardata, una matta, una strega, persino. Potrà mai essere affidabile una matta?, si chiederà il lettore. 
Come Lucas ci costringe a seguirlo nella ricerca dei corpi dei bambini, mentre disquisisce col prete su questioni inerenti la morale, la religione e la filosofia, allo stesso modo l’autore, con le parole di Olga, ci incatena e ci inchioda con la sua impeccabile costruzione narrativa, alla lettura, pagina dopo pagina, fino alla conclusione della storia. 
La domanda che attraversa gran parte del romanzo è perché Lucas ha commesso dei crimini così ripugnanti. Lucas, con la naturalezza con cui ci porta a conoscenza dei delitti commessi, è un personaggio che non si dimentica facilmente. 

Il giardino dei fiori infelici si può leggere anche tenendo conto degli aspetti etici e filosofici affrontati nel testo. 
Lucas era stato definito dal nonno come figlio del male. Cresce quindi con questo marchio infamante affibbiatogli fin dalla nascita. 
Una delle discussioni fra Lucas e il prete, riportata in più parti nel romanzo, è infatti quella sul male. Il male può manifestarsi in tanti modi, dice il prete, rispondendo alle domande di Lucas. 
Il romanzo di Lucchi può essere visto anche come un lungo dialogo tra i due, in cui vengono affrontati vari argomenti. Il bene e il male, il senso di colpa, la necessità del peccato, la differenza tra l’idea e l’atto. 
Lucas, con le sue domande provocatorie, sollecita don Raffaele a dare risposte sul significato del male. ‘Il male si diffonde, […], ma spetta a noi scegliere se combatterlo o accoglierlo.’, dice don Raffaele, in un confronto serrato con Lucas durante la passeggiata nel bosco. 
Il libro è strutturato a capitoli alterni. Una serie di capitoli riguarda la via crucis che porterà al ritrovamento dei cadaveri dei bambini uccisi. Negli altri capitoli la mamma di Lucas ricostruisce lo scenario in cui si svolgono i fatti, il prima, i presupposti della storia. Appare inevitabile che i due filoni in qualche modo si intreccino e convergano verso un punto finale. 
Il lettore è curioso di sapere perché Lucas vuole al suo fianco don Raffaele nella ricerca dei bambini.
Vuole conoscere qual è il ruolo del prete in tutta questa costruzione e, a misura che procede nella lettura, si aspetta che venga alla luce qualcosa del suo passato. 
Vuole capire il motivo di certe dichiarazioni così contraddittorie e paradossali che Lucas fa al prete, ad esempio che è stata la pietà a spingerlo ad ammazzare i bambini, per risparmiare loro anni di dolore, e per proteggerli dalla crudeltà degli uomini. 
Vuole sapere perché uccidere per lui è la cosa più naturale del mondo. Perché e da cosa è stato portato a compiere il male a fin di bene. 
La ricerca di una risposta a questi perché è il motore che fa andare avanti nella lettura, e più si va avanti più si intuisce che dovrà esserci una motivazione che in qualche modo potrebbe non già scagionare quanto, piuttosto, giustificare, se non addirittura assolvere Lucas per i delitti commessi. 

Nicola Lucchi, sceneggiatore per il cinema e la televisione, autore di libri anche per ragazzi, con Il giardino dei fiori infelici ha vinto nel 2025 la seconda edizione del Premio Neo Edizioni. 
Di seguito un brano dalla motivazione. 
…per la nitidezza con cui riesce a raccontare qualcosa di indefinito, inafferrabile come è il male; per la sapiente costruzione dell’intreccio, che avvince il lettore fin dalle prime pagine e fino all’ultimo rigo; per la densità della prosa, che sostanzia nel suo ritmo il pulsare quasi biblico di una fiaba nerissima; per la forza simbolica del racconto; per la ricchezza di soluzioni narrative. Con la sua visione, la sua crudezza, la sua macabra ironia e la sorprendente forza narrativa, questo titolo incarna tutto ciò che speriamo di scovare con la nostra continua ricerca editoriale.’ 

Un ringraziamento alla casa editrice per la copia omaggio del libro. 

Nicola Lucchi. Il giardino dei fiori infelici - Neo edizioni. 2026

venerdì 23 gennaio 2026

Fiorenza Mariotti legge Tango a Porto


In Tango a Porto non ci sono scene di tango, non ci sono danzatori. In Tango a Porto danzano le parole, creano figure nello spazio della pagina.

Brevemente la storia. Un professore di letteratura portoghese è invitato a Porto per la presentazione del romanzo A morte de Carlos Gardel di António Lobo Antunes. A Porto conosce Sofia con cui ha una relazione.

Per il professore "... il testo del romanzo di Lobo Antunes è sempre più difficile da interpretare", si innervosisce, non riesce "a proseguire tra le pagine, senza capire... non è facile riprendere la lettura dall'inizio di un paragrafo, semplicemente perché non esistono paragrafi...". La lettura di Lobo Antunes lo "allucina". Una lettura non facile. "... concatenazioni di frasi, dialoghi che si intrecciano, eventi che si interpongono a creare trame inestricabili... Un copione scompaginato, le battute rimescolate, un romanzo scomposto. La lettura un rebus per enigmisti provetti. Così è la vita, anche. Immagini sfuocate tra le tante pagine, conversazioni sfasate, ricordi che si sovrappongono, memorie di eventi che emergono a piccole dosi, un po' alla volta".

Così è la vita. Il romanzo di Lobo Antunes smuove nel professore l'urgenza della scrittura. “...vorrei provare a raccontare qualcosa della mia vita, semplicemente perché penso sia la cosa che meglio conosco,". " Non so però se davvero la mia vita è la cosa che conosco meglio...". "... le poche cose che riuscirò a scrivere... illudendomi che siano vita...", ..."vorrei riuscire a scrivere... ma non è facile".

"Continuo a leggere, è questa la speranza, tutto là, nei libri, in questo libro, la possibilità di rinascere... aspetto che arrivi, da un momento all'altro, l'esplosione degli atomi dell'immaginazione...". Leggere per vivere. "sono quel che ho letto". Scrivere per vivere. Ma la finzione narrativa è cosa diversa dalla vita.

Il professore che è allucinato dal romanzo di Lobo Antunes ora è allucinato dalla difficoltà della sua vita e dalla difficoltà della scrittura, dalla difficoltà di far diventare scrittura la vita.

"Non mi soddisfano le cose che scrivo, oppure non sono io l'artefice di questo ammasso di parole che da tempo mi sta distruggendo..."

Come nella danza le parole danzano. Un passo avanti, un passo indietro, un passo di lato. Non è più chiaro quale sia la realtà e quale sia la finzione. È tutto accaduto? È tutto esistito? È esistita Sofia?

Ricordi, esperienze, vissuti si confondono, si mescolano. Frammenti di vita emergono per poi inabissarsi nell'ammasso delle parole.

Antonio Danise con Tango a Porto ci offre, attraverso la successione incalzante delle parole, il dubbio circa la nostra esistenza. Un dubbio in bilico fra realtà e scrittura. Un susseguirsi di memoria, di azioni, e pensieri da cui è difficile districarsi.

Chi sono? Quante volte ce lo siamo chiesto!

Passato e presente come pulsano nella nostra mente, nelle nostre giornate, nella nostra vita?

La letteratura può aiutarci? Può aiutare la nostra esistenza? Può dare un senso alla nostra vita?

Sono questi gli interrogativi che il protagonista del romanzo di Danise si pone e ci pone. Forse siamo tutti quel professore.

Antonio Danise - Tango a Porto - Qed

giovedì 1 gennaio 2026

Sto cercando l'ispirazione.

Sto cercando, disperatamente, l'ispirazione per creare dei personaggi che non parlino con le mie parole, che non si muovano con i miei gesti, che non vivano dei miei respiri, altrimenti, la soluzione è già pronta, la finestra è alla mia portata, non ci vuole molto ad affacciarsi un po’ troppo intensamente, a sporgersi pericolosamente, una distrazione è ammessa in ogni occasione, non si può tenere tutto sotto controllo, anche il migliore attore può scivolare su una buccia di banana, anche l'acrobata più attento può distrarsi, per un rumore, per un accecante bagliore proveniente dal riflesso di uno specchio in mano a un ragazzino, che si diverte a giocare proiettando l’immagine del sole dappertutto, ignaro dei rischi e dei pericoli che può provocare, e a nulla può servire concentrarsi, il male si insinua dappertutto, nelle fessure delle assurdità, vissute giorno dopo giorno, si intrufola subdolamente come niente nei pensieri della gente, e anch’io ci stavo cascando, senza più una guida, che cercavo disperatamente, ancora una volta disperatamente, dappertutto, e me ne fregavo del mondo che mi girava attorno, mi disinteressavo completamente, non aveva senso nemmeno il camaleonte che mi spiava, ormai bloccato, quasi uno stoccafisso, sono anni che se ne sta nella stessa posizione, non capisco come riesca a non annoiarsi, a non sentire la necessità di sgranchirsi le gambe, o la coda o la lingua, sono lontani i tempi in cui mi divertivo a osservarlo, immaginando di sorprenderlo nell’attimo esatto in cui tirava fuori la lingua, proiettandola lontano, in un vuoto che non capivo, eppure dopo un attimo lo vedevo soddisfatto come se stesse masticando, aveva afferrato una zanzara al volo, o una farfalla mimetizzata tra i petali di un fiore, di quelli ancora freschi, comprati da poco, che di tanto in tanto ancora regalavo a mia moglie, non in un’occasione particolare, così, a sorpresa, senza un motivo ben preciso, non aspettavo la ricorrenza, come avveniva invece negli ultimi tempi, fino a quando cioè sentivo ancora un minimo di piacere a regalarle qualcosa, dei fiori, un piccolo pensiero, adesso tutto è finito, nemmeno l’idea mi passa più per la mente, non festeggio nessun evento, e non solo perché non ci sono date precise nella nostra storia, tutto è successo così vagamente che non saprei dire nemmeno a quando risale il nostro primo bacio, non saprei dire nemmeno quando ci siamo amati per la prima volta, non deve essere stato un grande evento, almeno per me, non ricordo nemmeno quando l’ho conosciuta, le prime volte non hanno alcuna importanza per me, non l’hanno mai avuta, ma nemmeno le seconde o quelle che sono venute dopo, è stata una successione di episodi che mi ha portato alla situazione in cui mi trovo oggi, senza che me ne sia accorto, senza capire come, ed è per questo che non ho nulla da ricordare, niente da festeggiare, nessun anniversario, solo il ricordo di quando passavo i giorni seduto sul divano a cercare di sorprendere quel maledetto camaleonte che, non so perché, mi ostinavo ancora a tenere in casa, non mi dava più nulla ormai, solo fastidio, era causa di cattivi odori, perché chi si sognava di pulirlo, o di disinfettare l’ambiente in cui si muoveva, l’umidità che riempiva la stanza ormai assumeva tutti i colori che la stessa bestia era capace di esprimere, e sapevo distinguere i suoi umori e le sue sensazioni dagli odori o dai colori, e però, non sapevo cosa farmene di tali competenze, non era di questo che avevo bisogno, non ciò che mi serviva, quello che cercavo non erano in grado di darmelo né quella bestia, né il ricordo di mia moglie, né queste righe che cercavo di far crescere, come un nutrimento vitale di cui non potevo fare a meno, e però erano solo cibi avariati quelli che riuscivo a produrre e a recuperare, dopo notti in bianco, aspettando l’ispirazione, aspettando il momento giusto che non veniva, non voleva venire, e cosa potevo fare?

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venerdì 26 dicembre 2025

Le parole dell'illusione

Detesto l'intreccio
Trovo disgustosa la letteratura che ostenta un plot annodato. 
Se provo a inserire una cosa del genere nei miei racconti, 
ne ho spavento e lascio morire il tutto.
(P. Handke)

Il nulla presuppone il vuoto. Due concetti che vanno di pari passo. Non riuscirei a scinderli. Se penso a uno mi viene in mente l’altro. C’è qualche teoria che può smentire questo assunto? 
Ancora una volta alle prese con questo autore. Non so bene, a dire il vero, perché continuo a leggerlo. Cerco, impresa ardua, una storia tra le pagine dei suoi romanzi. Non perché sia interessato alle storie, ma quasi per una sfida. Vince sempre lui, perché difficilmente riesco a trovarne, o forse ci sono e non sono in grado di individuarle. Ci sono molte descrizioni, questo sì, certi suoi libri sono fatti solo di dettagli, di analisi minuziose dei paesaggi, particolari che solitamente appaiono privi di significato. Non per questo autore. 
Al principio era il nulla. Più tardi i pensieri hanno cominciato a far sentire la loro influenza. E con essi i ricordi. Di qualcosa prima del principio. Solo che non sapevo che quello non fosse il principio. Tutto si è rivelato successivamente. Non saprei dire a quando risale il principio. Il mio primo principio.  
Le storie sono molto lente, per consentire al narratore l’osservazione attenta e scrupolosa dello scenario. Non ci sono scatti, tutto procede con una lentezza a volte esasperante. Chi ha fretta metta da parte i suoi libri, anzi, non li compri proprio. La lettura è meditazione, per questo autore, un esercizio di estrema pazienza.  
Il vuoto è inutilità, anche? E il nulla? Ecco un altro concetto da approfondire. Ne avrò per un bel po’. Potrei non finire mai, mai chiudere la partita, mai la parola definitiva. È un mestiere difficile quello dello scrittore. Sembra di avere tutto a portata di mano, ma è solo finzione. O forse illusione. 
Le parole dell’illusione, ecco cosa vado cercando. Non mi ero reso conto nei miei sforzi quotidiani, che avevano la loro origine in momenti lontani. Cose di cui non ho ricordo, tanto erano lontani. E quelle parole, di chi erano? Poteva essere chiunque ad averle pronunciate. Alla sera arrivo con la testa pesante. Nel finto silenzio si carica di contorni, o dintorni, di cui non so distinguere la provenienza. Diventa una testa oppressa. Le voci si sovrappongono, formano un caos compatto. Lì dentro cerco di resistere. Questa storia può avere diverse parole. Spetta a me scegliere quelle giuste. Ma c’è un modo giusto per raccontare una storia? Il dubbio è legittimo. Io ho il mio punto di vista. Fin quando ho il dominio sulle parole, fin quando ho il dominio delle parole, o il potere, fin quando riuscirò a scrivere, e la mente non travisa, fin quando la testa mi accompagna, fin quando ho le idee chiare, o forse no, meglio non averle chiare, meglio lasciarsi dei margini di approssimazione, o di miglioramento, ma possono mai migliorare le parole? Non è una malattia, da cui si può guarire, fin quando ce la farò a vivere così, a parlare a vuoto, come a vuoto, quasi a vuoto, perché qualcosa mi sembra che possa fare, non chiaramente, ma è un primo passo, non so quanto lunga potrà essere la strada, fin quando riuscirò a leggere, a capire quello che leggo, ma non è detto, forse solo illusione, ecco di nuovo questa sensazione infelice, riuscirò a disfarmene un giorno? Tutto questo potrei raccontarlo a qualcuno, una confessione, una seduta terapeutica, la lettura dell’anima, dell’interno, mi accontenterei di saper leggere i miei pensieri, o al limite anche la mano, come fosse un gioco. 
Qualcuno deve averne già parlato. Non dovrei perdere tempo. Ma non è un perdere tempo. Non so chiarire questo concetto, non so esprimerlo con parole comprensibili. È per questo che mi sforzo ogni giorno di scrivere. La speranza è non dico una risposta chiara ma almeno qualcosa che vi si avvicini. Una gratificazione, anche piccola, di tanto in tanto. Da cosa potrebbe arrivare? Sto raccogliendo materiale. Si accumulano pensieri che annoto fiducioso, con pazienza. Quando arriverà il momento, non so però come farò a capirlo, forse un allarme scatterà dentro me. Un tic incontrollabile, uno sfiato incontenibile, quando irrefrenabile si paleserà un sintomo, quando non riuscirò più a leggere, quando questa fila infinita finalmente finirà, quando l’esaurimento si esaurirà, quando non ce la farò più ad aspettare, non so cosa, però, ma ho buoni motivi per credere che in qualche modo me ne renderò conto, quando il cerchio si chiuderà, come spesso avviene, qualcosa che mi avvolgerà, come una cappa, o qualcosa che mi proteggerà, sarebbe preferibile, ma è di incertezze che è fatto il mondo, vado avanti senza una guida, salvo le parole che incontro, ovunque, e cosa resterà di me? In quel mondo c’è di tutto, cioè, non manca niente, assolutamente niente. Non è una protezione, per me. È un perdermi, senza confini. Certo, potrei provare a ritrovarmi in qualche pagina, un breve accenno ai miei dolori, i buchi in testa, i vermi dentro, il vuoto, ancora una volta il vuoto, ma quello come faccio a nasconderlo? C’è, è visibile, non si può simulare, e non è nemmeno il peggiore dei mali, ci sono gli anni che restano, è ciò che mi preoccupa, ogni giorno di più, non che ci pensi sempre ma è che mi si avventano contro e non so come affrontarli, se pure c’è un modo. Farei bene a non pensarci affatto, invece. Quei giorni, quegli anni, cosa me ne importa? Così. Come se niente fosse. E invece, sempre a cercare un motivo. 
La cappa si restringe sempre più. Il prurito si impossessa del corpo. Le parole non bastano. Come uscirne? Lo sfiato dall’ano non arriva a liberarmi da tutti i mali. Servono rimedi più efficaci. 
Questo inverno, questo mese, dicembre, l’attesa della fine dell’anno, dell’arrivo del nuovo, sono fasi vissute tante volte, ormai. Allo stesso modo. Non potrei dire niente di nuovo. Non è da qui che dovrei partire. Uno scenario disincantato potrebbe bastare? Se solo avessi un riferimento preciso! Un luogo dove vivere, ecco. Tolto il superfluo. Ci sono giorni in cui tutto appare superfluo. Sarà adeguato questo termine? A cosa? A rappresentare la situazione. Ma qualsiasi situazione non è altro che semplice invenzione. O anche non semplice, non è questo il punto. Però dire dicembre è già un buon punto di partenza. Non importa che non si scorga ancora la destinazione finale. Ho mosso i primi passi, mi sento come uno che si è avviato lungo un percorso. Non chiedetemi dove sono diretto, potrebbero sorgere in me dei problemi, correrei il rischio di bloccarmi, ogni possibilità di ripartenza definitivamente compromessa. Non voglio sentire voci, nessun consiglio. Sono un viaggiatore che ama sognare. Certo non è facile sottrarsi a questa volta che avvolge. O era una cappa? L’introduzione di un nuovo concetto mi inibisce il proseguimento. Stavo così bene prima. 
La pelle del corpo si sfalda. Il corpo, cioè. Il freddo di questo dicembre non preserva. Sto provando a coinvolgere il tempo in questa impresa. Dovrà pur scorrere in qualche modo. Dovrà arrivare l’anno nuovo, carico di prospettive. E se non ci sono vado avanti lo stesso, se pure è proseguire questa vergognosa fissità. Come potrei qualificarla altrimenti? 
Mi chiedo a chi mi rivolgo nei sogni, ma anche adesso, a chi sto parlando? Non mi piace riferirmi al soggetto che scrive, vorrei affrancarmi almeno quando dormo, ma anche da sveglio. Sembra che abbia in mente solo un pensiero, e forse è anche così. Ma se comincio ad andare qualcosa potrebbe nascere. Un noioso epistolario tra me e me stesso. Se avrò tempo mi piacerebbe leggerlo. Intanto scrivo. 
Il cielo si è fatto scuro, come se prima fosse una giornata piena di luce. Sì, doveva esserci il sole, un sole di dicembre. Cercavo il dio del sole. Gli avrei chiesto di splendere più forte, di caricare le giornate di più luce, renderle luminose, per poter tenere gli occhi aperti più a lungo. Non che fossi stanco di dormire, e di sognare, ma è grazie all’intreccio tra il chiaro e il buio che riesco a vivere meglio e trovare le parole più adatte. Adatte a cosa? A raccogliere gli elementi per descrivere un’esperienza avvolgente, di cui ho sempre più bisogno, e coinvolgente anche.  
Drizzo le antenne, si dice così, per avvertire i sibili, il rumore del tempo, cercando di distinguere e isolare note che possano servirmi. Affino anche l’olfatto. Mi sto esercitando da un po’, senza darlo a vedere. Preferisco stare sulle mie, non svelarmi, solo così potrò avere qualche speranza di afferrare il vero, o qualcosa di molto simile, perché non è che sia importante cogliere la verità nell’osservazione, o nella percezione. Ci vuole qualcosa che mi dia una scossa. Che mi svegli e che mi tenga sveglio, anche quando sogno. Oggi, ad esempio, ho incontrato la dottoressa Ribbegnini, lavora presso l’organizzazione mondiale del commercio, ma non è che sappia cosa farmene di questa conoscenza. È una signora di una certa età, ma mi sfugge il senso della sua presenza nei miei sogni. Potrei tranquillamente farne a meno. Ho vissuto anni, decenni, senza sapere della sua esistenza, anche se, comunque, non è che siano stati anni, decenni, felici, o interessanti. Con lei non sarebbe cambiato molto. 
L’inverno è un letargo continuo. Non so se augurarmi una lunga durata. Perché ci sono momenti in cui sogno uno stacco, un distacco, un isolamento senza tregua. Non dura molto questo desiderio e probabilmente è il frutto di disaffezioni momentanee alla vita. Poi mi riprendo. Ma è in quei frangenti che più riesco a trovare l’ispirazione, come quando mi lascio trasportare dalle prime ondate di sonno, non solo di notte. Convivono in me due o più mondi. Nel tentativo di posizionarmi ricavo la spinta necessaria per seguitare, per seguire una traccia, inizialmente confusa ma che va schiarendosi a misura che mi assopisco e come niente mi ritrovo in un sonno profondo, ma la storia prosegue anche in quei paraggi. Al risveglio distillo poche frasi ma sufficienti a riportare l’autostima a una soglia accettabile. Solo che dura poco. Ma è già qualcosa.  
Se penso che potrei raccontare la vita come una lunga camminata sarei ancora ai primi vagiti. Seguendo il ritmo di questa lettura, cioè. Ogni anno un romanzo, o un diario. Oppure no, ogni mese, ogni giorno, ogni momento. E chi sarebbe interessato a seguire le mie divagazioni? Ma non devono interessarmi gli interessi altrui, mi dico di continuo, come per giustificare un’incapacità a far incuriosire il mondo alle mie vicissitudini, più o meno interessanti.
Rinuncerei subito, se pure fossi già in grado di scrivere, per palese inadeguatezza a rappresentare non dico il mondo, per me ancora da scoprire, ma anche soltanto una specola da cui poter osservare la zolla di terra su cui poggiavo i piedi, nemmeno un metro quadrato, se può servire a dare un calcolo approssimativo della base d’appoggio del gattonamento. A cosa, poi? A calcolare piuttosto il vapore che da lì emanava, nelle mattinate invernali, tutt’al più. 
Tutto è lecito in questo mondo, mi dissi, facendomi forte del mio ruolo di creatore, ancorché poco prolifico, oltre che di creatura che però non riconosce una divinità soprannaturale. Ma questo forse si era capito, e non c’era bisogno di sottolinearlo. Ma tutto fa, non intendo affatto tornare sui mie passi.  
Quest'uomo è capace di vedere tutto, anche dove non c'è niente, o poco. Mi ricordai di Veronica. Non saprei dire perché. Potrei indagare, ma ormai era con me. L'avevo invitata a trascorrere alcuni giorni a casa mia, dopo la morte di mia moglie. Non subito, però. Lasciai passare qualche settimana, alcuni mesi. Quando mi sembrò il momento giusto la chiamai. Accettò senza indugi. Non me l'aspettavo, se devo essere sincero. La ospitai con l'intento di farci compagnia a vicenda. È brutto morire di solitudine. 
Non posso darti altro che un posto dove dormire, il mio avviso, quando sembrò disposta a raggiungermi. Non volevo suscitare in lei illusioni a cui non avrei potuto o saputo dare un seguito, o un credito. Però, ti puoi fidare di me, fu la conclusione della presentazione. Non so come la prese. 
Quest'uomo non ha bisogno di cadere da cavallo. Ha cellule, molecole, atomi, neutrini infissi negli occhi. È dappertutto e in ogni tempo. Anch'egli si fa guidare da Virgilio. Divinità non rende.
Non so che farmene di Veronica. Quanto a lei, si appropriasse pure della mia casa. Ormai sto per finire. Non ho interesse in niente, più. Salvo ripensamenti dell'ultima ora, ma in tal caso non avrei problemi a ritornare, e lei, lo so, col suo spirito misericordioso e caritatevole, mi accoglierebbe come il figliol prodigo.
 

mercoledì 24 dicembre 2025

Uno bravo

Se ci fosse uno bravo, più bravo di me, non che ci voglia molto, se ci fosse avrei già fatto, risolto ogni problema. C'è. Lo devo trovare. C'è gente che è esperta in tutto. E per ogni problema c'è sempre qualcuno in grado di risolverlo. È di questa gente che devo circondarmi. Dovrò farmi più amici tra questa schiera. Osservo senza intervenire.
In tutto questo mondo qual è il mio ruolo? Il mio compito? Solo osservare, o c'è dell'altro? Intanto prendo nota di ciò che mi circonda. Mi lascerò guidare dagli eventi.
La storia c'era tutta. Dovevo solo svilupparla. Non doveva essere un lavoro complicato. Girare tra i banchi del mercato, dove trovare di meglio? Afferravo un brano di discorso e lo facevo mio, lo piegavo ai miei scopi. Anche l'occhio vuole la sua parte. Non l'ho mica inventato io questo detto. Chi l'ha pensato doveva avere le sue buone ragioni per farlo. Ma sono detti che risalgono all'origine dei tempi. E adesso me lo ripetevo, perché suonava bene, ed erano gli occhi, benché supportati dagli occhiali, che mi avevano fatto notare quella tipa. Doveva venire da qualche paese dell'America del Sud, i tratti erano quelli, intenta a osservare un indumento intimo, che girava e rigirava tra le mani come per immaginare come poteva starle addosso. Era una canottiera bianca, con dei ricami nella parte superiore, che favorivano una trasparenza evidente, funzionale a far intravedere a un eventuale osservatore il reggiseno sottostante. Mi aspettavo che mi chiedesse un parere, era visibilmente indecisa se acquistare il capo, mi ero avvicinato di proposito, perché era evidente che aveva bisogno di un consiglio, si vedeva da come volgeva la testa a destra e a manca senza essere in grado di prendere una decisione, di fare una scelta. Per questo genere di indumenti non era previsto il cambio. Una volta comprato non potevi restituirlo e prendere qualcos'altro se non ti stava, o se cambiavi idea. L'avviso era ben visibile, scritto a caratteri cubitali su un cartello che non lasciava dubbi. Forse era questo che tratteneva l'india da un acquisto affrettato. Aveva bisogno di tempo, di valutare bene, per non commettere errori.
Ma non è solo di scene simili che mi servo. Prendo spunto anche dalle frasi che leggo nei libri. A volte da un romanzo non distillo che poche parole, che tuttavia reputo sufficienti a giustificare il prezzo pagato per l'acquisto. Mi accontento di poco, mi verrebbe da dire, e mi dispiace per lo scrittore che, chissà quanto ha impiegato a scrivere tutte quelle pagine per me praticamente inutili, o quanto meno inutilizzabili, inutilizzate, o sottoutilizzate. Ci sarà di certo qualcun altro che saprà apprezzarle, com'è giusto che sia.
Dei discorsi che intercetto per strada o delle frasi che reputo interessanti quando leggo non è che abbia idea immediata di come utilizzarli. Sono cose che arrivano quando meno ci penso. Registro tutto e a tempo debito si ripresentano come un conto da pagare, senza che riesca a capire o a ricordare quando avrei contratto il debito. Queste cose non hanno una spiegazione logica apparente. lo non sono in grado di trovarla e, a dire il vero, ci ho anche rinunciato, ormai,
Quando mi guardo allo specchio non devo rispondere a nessuno se non a quel tipo che mi sta di fronte e che mi fissa, e che io mi ostino a osservare, nel tentativo, o speranza, di trovare un perché ai tanti interrogativi che mi passano per la testa e che si vanno accumulando per ogni giorno che passa, senza avere idea di dove si depositino, in quale parte di me si accalchino, più o meno confusamente. Sono fatto di tutto questo? Anche di questo? E qual è il peso delle domande senza risposte? Quanto spazio occupano dentro il mio corpo? E quando sarà saturo completamente, sarà allora che arriverà la fine? Oppure in determinate circostanze, e a certe condizioni, evaporano come succede per il sudore, consentendo il ricambio? Nel dubbio, ho aperto un buco nel colmo della testa ormai pressoché calva. Un altro sfogo, un nuovo orifizio, un'ulteriore valvola di sfiato.
Non riesco a sostenere il peso dei ricordi, dei pensieri, delle parole. Sono fragili, non lo sapevo. Con gli anni si accumulano. Non mi aiuta parlare, né scrivere. Oppure non lo faccio a sufficienza. Il cuore è come soffocato. E poi, non evacuo abbastanza. È più quello che incamero di ciò che riesco a buttar fuori. No, non solo in quel che mangio, è che non riesco a trovare la giusta osmosi. È un problema di equilibrio, l'ho capito. O meglio, di mancanza di equilibrio.