Frammenti di un discorso non so quanto amoroso.
"Scrivo per ricordare, per sconfiggere l'amnesia, i buchi neri del tempo" (Bufalino)
Ringraziamenti all'editrice Pina Labanca. Ai presenti. A chi ha letto il libro. A chi ne ha parlato e a chi ne ha scritto.
Non ho preparato un discorso, anche perché ogni volta che prendo appunti inevitabilmente va a finire che li perdo, li confondo, o comunque non riesco a seguirli, e attacco a parlare d'altro.
È un po' anche quello che succede al protagonista del mio romanzo, un professore universitario a fine carriera che viene invitato a Porto, a un convegno sulla letteratura portoghese, che perde di vista l'obiettivo della puntata a Porto e che ben presto viene catturato da una giovane donna, Sofia, così che il convegno passa in secondo piano.
Ho preso tanti appunti in vista di questo appuntamento ma oggi parlerò, anzi col vostro permesso leggerò, i frammenti di un discorso, non so quanto amoroso, che ho elaborato nel viaggio in treno verso Torino.
Ho ricevuto tante soddisfazioni da Tango a Porto.
Quando leggevo una recensione mi sembrava che la persona che l'aveva scritta avesse letto un libro diverso da quello che avevo scritto. Uno diverso per ogni recensione.
C'è stato chi ne ha parlato mettendo in evidenza alcuni aspetti ritenuti filosofici, altri facendo riferimento ad analisi psicologiche, altri ancora confrontando lo stile del libro con quello di altri autori.
Ogni volta che ci ritorno su, che ci penso, che rileggo, lo trovo un libro diverso, anche a seconda dello stato d'animo che vivo in quel momento.
Tango a Porto è un libro che parla di amore di amore e di letteratura.
Una gioco continuo tra realtà e finzione.
Un intreccio tra vita e scrittura
È una storia di solitudine.
L'io narrante fondamentalmente è una persona sola. Scrive per creare mondi, per inventarsi universi paralleli dove sognare di poter finalmente vivere.
Tango a Porto, via via che si avanza nella lettura, appare sempre più un tentativo da parte del narratore di trovare un modo per raccontare una storia che, tuttavia, stenta a emergere.
Ci sono pochissimi punti fermi, almeno così sembra, da cui partire. Porto, Sofia, un romanzo da scrivere, il suo passato più immaginato che reale.
Il protagonista scrive perché la vita non gli basta, come penso che succeda un po' a chi scrive. Per me è così. Ma cosa significa che la vita non basta?
La vita a volte ci mette di fronte a situazioni che non siamo in grado di gestire, di sostenere. Chi scrive non fa altro che sfruttare l'opportunità che la letteratura offre, cioè quella di inventare altre vite, migliori di certo, che si concretizzano come vie di fuga strategiche, uscite di sicurezza provvidenziali.
Al giorno d'oggi sembra che si sia persa la capacità di comunicare, nonostante i tanti social e i programmi di messaggistica istantanea che quotidianamente usiamo, e allora scriviamo, per noi stessi, perché avvertiamo la necessità di fissare dei momenti, per confessarci, per comunicare col mondo per interposta persona, o forse sarebbe meglio dire per interposto personaggio, e così ci sembra di aver assolto al compito, al bisogno, se così possiamo definirlo, di comunicare e relazionarci con gli altri.
Perché in fondo l'uomo rimane sempre un animale sociale, anche se oggi si potrebbe parafrasare il detto aristotelico trasformandolo in L'uomo è un animale social.
Il professore ripensa alla vita passata e ai problemi che ha dovuto affrontare. Pesca nei ricordi per trovare risposte che gli possano dare la forza per andare avanti. Prova, spesso senza esito, a elaborare traumi che lo hanno segnato, il dolore per la malattia della moglie, una figlia che non è mai venuta alla luce, talune insoddisfazioni nell'attività accademica, e allora tenta con l'immaginazione.
È un romanzo psicologico? È un metaromanzo? È un memoir? È un romanzo autobiografico? Forse un po' tutte queste cose insieme.
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