Lettori fissi

lunedì 11 marzo 2019

Pensieri stanchi (Belle proposte)

Io gliele faccio le mie belle proposte. Posso sbizzarrirmi come voglio. Me ne vengono una dietro l’altra. Poi, restano vuote, irrealizzate, ovviamente, ma intanto ho esercitato la fantasia, ché quella ha bisogno di essere tenuta in costante allenamento, altrimenti va a finire che si atrofizza.
Basta poco perché si impigrisca e diventi sterile. Per questo, appena posso, mi lancio in ipotesi anche impraticabili ma che almeno mi fanno sentire vivo. Dico appena posso perché, comunque, ci vuole un po’ di tempo per idearle, ci vuole impegno. La fantasia richiede una concentrazione fuori dal comune. Non è che quanto mi metto e scatta l’immagine di lei e di quello che vorrei fare con lei. 
Mi sembra a volte che si tratta quasi di allestire una rappresentazione teatrale, ed una commedia o, più verosimilmente, una tragedia non è che si fa in quattro e quattr’otto. 
Posso fare qualsiasi cosa, basta lavorarci, e sodo, anche. Il solito discorso dell’impegno.
Però, vorrei anche, o piuttosto meglio, che non ci fosse. Così, forse, riuscirei a vivere tranquillo, senza più pensieri, senza più il pensiero di lei. Mi sento perseguitato, a volte, come uno che non riesce a liberarsi da un incubo. Non avrei mai immaginato di vivere un rapporto così. 
Quella donna mi sta portando alla pazzia. Ce l’ho sempre davanti agli occhi. Una metafora che si palesa in ogni occasione, mi si è conficcata dentro talmente tanto, come una maledetta gramigna, che non riuscirò ad estirparla facilmente.
Il suo spirito mi plasma oltre a suggerirmi le parole a cui mi aggrappo per poter continuare a vivere. È dentro questo contrasto, non solo apparente, che sto vivendo da quando l’ho conosciuta.
In me la formula si è modificata: sono le parole che stanno trasformandosi in fatti concreti, reali, e per di più nocivi, gravi, grevi, pericolosi persino. I pensieri interiori stanno lentamente emergendo e col tempo attaccheranno il corpo, che avvertirà i segnali, e non potrà difendersi, perché non esistono barriere o antidoti contro il male che abita la mente. 
Scrivere di sé è come mettersi a nudo e lo so quanto è reticente in questo, persino a regalarmi una sua foto, con lo stupido alibi che non mi va. Ma non è a lei che deve andare, sono io che gliela chiedo, che la voglio. Un altro passo verso l’amore, il bisogno di saperla tutta.
Sono nato in un tempo sbagliato. I nostri destini non possono incrociarsi, nemmeno per caso, ormai. Nel mio passato non esisteva ancora il suo corpo giovane. Meglio che lo affidi a chi può.



giovedì 28 febbraio 2019

Gli occhi, i suoi occhi

Gli occhi, i suoi occhi. Pensavo di parlare con lei, mi sbagliavo. Le parole non seguivano una logica, né tantomeno un discorso di senso compiuto, almeno non ne avevo coscienza. 
Dovrei preoccuparmi forse quando parlo, per il timore di dire cose che potrebbero compromettermi, che potrebbero arrecarmi un qualche danno. 
Non che abbia dei segreti da mantenere. Ma è che non ce la faccio a concentrarmi in quello che dico quando ho i suoi occhi davanti ai miei occhi. Mi stregano, forse si verifica un fenomeno del genere. Qualcosa che mi attrae irresistibilmente e che non lascia spazio ad altro. È più forte di me. 
Così comincio un discorso, anche partendo da battute formali, le solite cose che si dicono in occasione di un incontro mancato o mancante da tanto tempo, forse ormai anche insperato, e pian piano mi perdo dentro i suoi occhi, perché quando parlo la osservo, cioè i miei occhi girano intorno al suo sguardo, oppure il mio sguardo fa un giro, come un’ispezione, attorno ai suoi occhi, forse in cerca dei suoi occhi, una forza incontrollabile mi porta a concentrare la vista solo e soltanto nei suoi occhi. Non ho ancora capito bene come funziona questa vista, cioè, se l’occhio destro si sofferma sul suo occhio sinistro, e quello sinistro sul suo destro, oppure ciascuno dei miei occhi ha una visione completa tale che entrambi osservano contemporaneamente i suoi. Non deve essere una faccenda di poco conto. Mi sembra che saperlo abbia una sua importanza che però non saprei quantificare. 
Io comincio a parlare ed ho una visione di insieme del suo volto. A volte, ad esempio dopo pochi secondi, sento quasi l’esigenza, o la necessità, ma non saprei dire quale di queste due eventualità, se di questo si tratta, sia più impellente, di distrarmi, di volgere lo sguardo altrove, per non restare infatuato e bloccarmi del tutto. 
Allora, arriva come un’ancora di salvataggio una distrazione provvidenziale, tanto per allentare la tensione, per innestare una marcia più adeguata nel percorso che intendo intraprendere, e a quel punto posso ricominciare a fissarla negli occhi, o giù di lì. Magari non direttamente negli occhi. Cioè, per ricominciare può andare bene anche una sbirciatina con la coda dell’occhio, ma non saprei di quale dei due, ad un orecchio, o al labbro superiore, ma penso che la cosa possa funzionare anche se osservo quello inferiore o persino la fossetta sul mento quando non addirittura lo spazio tra le labbra ed il naso, che se poi noto qualche peluzzo sfuggito alla ceretta, o un rossore conseguenza di una piccola ferita, ecco che allora la distrazione raggiunge il massimo ed a quel punto potrei tranquillamente riprendere a fissarla per un bel po’ senza rischiare di cadere in qualche incantesimo.
Ma dopo tutto questo argomentare ancora non ho capito di che colore sono i suoi occhi, cioè, a forza di perdermi nell’ispezione dell’iride, della pupilla, delle palpebre, delle ciglia, le sopracciglia, i coni, i bastoncelli e chissà quali altre particelle pressoché invisibili, perdo di vista, è il caso di dirlo, ciò che mi ero proposto di fare, riportare cioè il dialogo che ho avuto con lei in quell’occasione e tutto quello che ne è seguito.


mercoledì 20 febbraio 2019

Vorrei descrivere un momento


Poter dire finalmente “ho vissuto un momento di felicità”. Vivere una vita intera per quel momento. Un momento è un attimo. Oppure può durare di più.
Si usa questo termine per identificare una porzione di tempo non precisamente definita. Può essere più o meno lunga. Ma anche un momento breve, brevissimo, di felicità può essere sufficiente per riscattare una vita di miseria, di tristezza, di insoddisfazione. Vivere per quel momento.
Adesso vorrei descrivere un momento. Adesso descrivo un momento. Ma è già passato. Deve essere stato uno di quei momenti brevi, passeggeri, che non te ne accorgi nemmeno.
Stai lì a pensarci e, via, se ne è già andato, e allora? Devo pensarne uno un po’ più lungo, più duraturo, che mi dia il tempo di riflettere e pensarci, per inventare un brano di momento, così che possa restare nella storia.
Stanotte dormirò sul divano. Ho bisogno di stare vicino ai miei libri. Forse così potrò trovare l’ispirazione per descrivere un momento, quello giusto.
Ma quando leggo non faccio solo quello, cioè, non seguo solo l’andamento della narrazione e la storia raccontata. Vado sempre oltre, cerco di trovare un qualcosa che sta dietro le parole, che sicuramente c’è, ci deve essere, e anche se non c’è io lo voglio trovare lo stesso.
Così leggo più libri in uno. Quello scritto e anche quello che c’è ma non si vede o che non c’è del tutto. C’è che, però, io devo approfittare subito a cogliere tutti questi aspetti, tutte le versioni, direi, piuttosto. Altrimenti, se me ne faccio sfuggire qualcuna, poi mi tocca ritornare indietro. Insomma, diventa un lavoro, anche pesante. Faticoso, cioè.
Devo stare con gli occhi ben aperti. O con la mente aperta. Tra gli occhi e la mente spesso si instaura una relazione di contiguità e allora succede che agiscono in simbiosi. Ecco il motivo della reciprocità. Uno vale l’altro. Quasi due gemelli. La mente è più veloce degli occhi. Così dovrebbe essere. Leggere con la mente porta più lontano che leggere con gli occhi. Quando leggo sono molto più avanti col pensiero rispetto a ciò che vedo con gli occhi. Le parole hanno una forma e spesso mi soffermo ad osservare i disegni che compongono sulla pagina.
Questione di impostazioni tipografiche, certo, ma mai come in questo caso si può applicare il detto che anche l’occhio vuole la sua parte, interpretato in maniera farsesca, teatrale, cioè intendendo per parte il ruolo che vorrebbe giocare, come dovesse recitare su un palcoscenico la parte di un copione.
Sì, anche gli occhi recitano. Ne sono pressoché convinto.



sabato 9 febbraio 2019

Il canto dell'essere e dell'apparire

Tutti i personaggi di una storia sei sempre tu, è una storia con te stesso, una lotta incontrastata, di frasi, battute, azioni.

Pensare a tutt'altro mentre stai facendo qualcosa, come se quel sole non stesse riscaldando te, come se quei pugni non fossero diretti verso te, non ti stessero massacrando il volto, pensare ad altro, chissà cosa, non sentire neanche dolore, visto che tu sei fuori dal tuo corpo in quel momento, il contatto fisico è stato disinnescato.

Come se le lancette delle ore di un orologio volessero raggiungere quelle dei minuti, viaggiare alla stessa velocità, allo stesso modo la mia mente, io, cerco di raggiungere le parole che fuoriescono dalla bocca mentre sto leggendo a voce alta, per carpirne il significato, scoprirne i segreti.

mercoledì 30 gennaio 2019

Disturbi di luminosità – 5





Ricominciare? Se ci provo è la speranza di trovare una nuova intuizione che mi induce a farlo, di fondermi con la tua mente, ma anche col tuo corpo. Essere te. Ma anche Lei. Essere comunque.
La prima volta leggi, così, per capire dove sei andato a parare. Ti fai un’idea sia pur vaga. Non hai capito molto e allora ci riprovi. Al secondo tentativo alcune nebbie cominciano a diradarsi ed emergono certi particolari che ti incuriosiscono, e che vorresti chiarire, vorresti approfondire.
Non vuoi lasciare le cose a metà e così decidi di ripartire per un nuovo viaggio, una nuova avventura.
Sai che può sembrare assurdo ma capisci che questo romanzo dopo i tanti approcci ha dentro qualcosa che non ha ancora esaurito la sua spinta propulsiva, possiede un’energia che non ha dispiegato del tutto i suoi effetti e allora ti lanci in un’ennesima esplorazione perché, in fondo, leggere questo libro e continuare a farlo è stato avviare una ricerca anche all'interno di te stesso, un’indagine sui tuoi disturbi e vorresti ripulirti dei mali che ti avvinghiano.


Ilaria Palomba
DISTURBI DI LUMINOSITÀ

mercoledì 23 gennaio 2019

Disturbi di luminosità - 4

Sto usando un taccuino troppo piccolo, insufficiente a contenere le cose che vorrei scrivere. Ho deciso comunque che quello che ho da dire su questo romanzo dovrà starci tutto. Non devo dilungarmi, non sprecare fiato. Devo dosare le forze e tenere conto delle pagine che ancora mi rimangono da leggere e monitorare i fogli che via via vado riempiendo per farmi un’idea sia pur vaga di quelli che ancora rimangono su cui scrivere con accortezza e possibilmente evitando di ripetermi. La scrittura deve essere un esercizio oculato. Così mi sembra. Ma non sempre mi riesce. Forse dipende anche da quello che sto leggendo.
Non so quali pensieri eliminare. La testa è un mulino che sta triturando il respiro. Non ho la forza di oppormi a niente. Le parole che mi passano addosso si stanno lentamente svuotando di significato. Una vibrazione leggera, quasi inavvertibile, mi tiene ancora in vita, cioè, attaccato a queste pagine.
Non ho nulla. Non avrò nessuno al mio capezzale quando arriverà il momento.

Non ricordo se l’avevi già chiesto. Adesso o nella reincarnazione precedente, nell'altro giro, se ho una famiglia, un lavoro, se sono felice. Non ricordo la versione dei fatti di allora. Ma non dev'essere diversa da quella che emerge da queste parole. Non è cambiato molto nel frattempo.
Non ho evidenze che ci sia coerenza in questo tuo lavoro, ancorché mi intestardisca a voler trovare ad ogni costo una sia pur vaga traccia. Questo romanzo è un puzzle che si ricostruisce nel tempo, il quadro finale si compone unendo le tessere ripescate nel passato con altre che vagano confuse in attesa di essere pescate e con altre ancora che verranno.
Qual è la forza che potrà tenerle unite? L’immagine che ne viene fuori è ancor più confusa, per nulla chiara. È un sogno che vacilla, tremolante, poco stabile.
Se chiudo gli occhi la lettura mi risulta più facile. Se scivolo verso il sonno le storie diventano più morbide, perdono la durezza, la spigolosità che si portano dietro nello stato di veglia.
Se chiudo gli occhi la lettura sparisce. Rimane qualcosa che oggi non so valutare.
Se chiudo gli occhi rimane il passato. Niente.
Come si parla di un non romanzo? Cosa c’è da dire? Viene continuamente richiesto un mio intervento, almeno la mia attenzione, che non deve essere distratta da niente. Sei ossessiva, ossessionante.
Mi sento a pezzi, cioè, spezzettato. È la conseguenza della lettura di questo romanzo, che romanzo non è. Forse allora neanch'io sono io. E quindi non sono a pezzi. La tentazione di affermarlo è tanta. Ma non sono ancora sicuro. Sono dichiarazioni forti. Se ho ragione sono messo davvero male. Chi vince perde, è proprio così. Non so cosa augurarmi.
Leggo di notte, quando la testa è confusa, satura. Non entra più niente. Provo a spingere a forza le frasi, le parole. Niente. Leggo ma non mi si fissano dentro, perdo immediatamente il ricordo delle cose appena lette. Non so da cosa tutto questo dipenda. L’oscurità del testo? O il sonno, che ormai si è impossessato di me senza che permetta di rendermene conto?
Solo quando mi scuoto mi accorgo che ho ancora il libro tra le mani e se riprendo a leggere mi sembra di inoltrarmi in un mondo sconosciuto, a me del tutto ignoto.
È l’effetto dei disturbi che transitano direttamente dalla pagina a quello che resta di me, le storie ormai definitivamente estinte. Non ho ancora completato la rilettura del romanzo ma già penso di poter azzardare un qualche bilancio.
Te lo dico in tutta sincerità, quando un testo dà l’opportunità di elaborare pagine come quelle che sto scrivendo, e che stai leggendo, non può che essere un fatto positivo. Ma non è tutto. So che le sorprese non sono ancora finite. Ho come un ricordo di qualcosa di eclatante. Non esattamente memorabile, ma nemmeno qualcosa che passa in secondo piano, o che lascia indifferente.
E del resto, cosa richiedere di più ad un romanzo? Quando suscita emozioni, di qualsiasi tipo, ha già raggiunto il suo scopo. Ha già ottemperato al compito proprio della buona letteratura. E quando, poi, la lettura diventa bisogno fino a trasformarsi in necessità vitale, allora il gioco è fatto. Ti ho nei miei pensieri, ti porto con me a letto. Sarà tutto un altro sonno, completamente diverso.
- Diverso da cosa?
- Diverso dalla vita.

Leggo le frasi come fossero i versetti di un libro sacro, le storie come parabole. Io un fedele infedele. Nessun dio da adorare che non sia il fascino delle parole, il suono delle frasi pronunciate a voce alta, un rosario che continuo a sgranare nella speranza di poter ritrovare una speranza in questa orazione sorda. La scrittura, come la lettura, è un atto di fede, bisogna crederci, altrimenti tutto è vano, tutto svanisce.
La possibilità di cambiare le parole appare illimitata. Il problema è il labirinto che si crea e come riuscire ad evadervi, sempre che lo si voglia.
Forse la sto tirando troppo per le lunghe ma del resto la seconda lettura non è stata ancora completata e, a dire il vero, me la sto centellinando come un buon vino perché penso già al momento in cui finirà, quando arriverò all'ultima pagina. Non sono del tutto sicuro di ricominciare, avviarmi verso il terzo tentativo. Non puoi pensare che possa vivere una vita di disturbi, dei tuoi disturbi, solo dei tuoi.
Non mi giudicare male per queste considerazioni. Sono mesi che vivo di te e non so dire che vita è stata. In passato mi è capitato di vivere dei lunghi periodi in cui una sorta di masochismo o, se vogliamo dirlo con le parole del poeta, il farmi male a una ferita sempre aperta, mi ha tenuto compagnia come l’unica filosofia, il solo interesse ad agire. Questa circostanza si è riproposta con il tuo disturbo. Ma anche il male, se perpetrato a lungo, smette di essere un piacere. È la fine di un amore? Troppo presto per dirlo.
Ho ancora bisogno di te, delle tue parole. Al mattino mi sveglio con l’idea di recitare una preghiera, mi piace essere coinvolto continuamente, essere chiamato in causa dai tuoi inviti, a cui peraltro non so resistere, anche se non forniscono soluzioni ai miei problemi. Almeno penso.
E del resto, che speranza potrò avere? Ho come snobbato i consigli che hai dato al lettore fin dall'inizio, li ho presi sottogamba, ho voluto sorvolare, strafare forse e, adesso, mi ritrovo con un pugno di mosche oppure, sì, via, sono rimasto soggiogato dal fascino dell’ignoto, quella trama di misteri che hai saputo sapientemente ordire fin dalle prime pagine. Ti sei fatta gioco della mia vanità ed io, come un allocco, ci son cascato miseramente.
E adesso, aiutarti? Ho sbagliato tutto. Non ho capito niente. Io che pensavo di trovare conforto fra le tue pagine. Ma come ho fatto a non capirlo subito? Cosa mai avrei potuto ricavare da un romanzo con i disturbi nel titolo? Con quella copertina, poi?
L’unica consolazione, le pagine che sono riuscito a produrre, frutto di uno sforzo indotto, di un’incalcolabile fatica, ma quanto intensamente vissuta. Forse dovrei riconoscerti questo merito. Almeno questo.
Non mi hai fatto diventare donna, come avrei voluto, per entrare nei tuoi pensieri. Ma forse non era questo il tuo intento.
Tu hai abbandonato questo romanzo, l’hai regalato al mondo, questa divina commedia in versi sciolti, senza rime né accenti da rispettare, nessuna convenzione metrica che potesse reggere al flusso dei pensieri che per natura o definizione non può sottostare a nessuna regola.
Una divina commedia che di commedia ha ben poco e ancor meno di divino. Hai attraversato, ed io insieme a te, i sentieri più infuocati dei gironi infernali. Io ne ho fatto l’uso che ne ho voluto. Almeno penso. La mia esperienza l’ho acquisita dalla lettura. Potrà bastare?

Leggo e rileggo gli ultimi capitoli. Non voglio perderti. Ho paura, come di restare solo per sempre. Ma forse no, qualcosa di te la porterò con me anche dopo la fine della lettura. Almeno penso. Almeno spero. Ho bisogno di te che mi pensi.
Per quale ragione dovrei seguirti nelle tue astruse peregrinazioni? Perché mai? Continuo a chiedermelo irresistibilmente attratto dalla fascinazione di enumerazioni più o meno caotiche che non riesco a decifrare, di orditi ripescati da una memoria confusa, ma quanto presente, che non so decrittare. Non so ricostruire nulla del mio passato, né inventarmene uno almeno credibile.
La mia storia con te si sta avviando malinconicamente verso la conclusione. Ma non potrà finire così. Come se ci fossimo conosciuti per gioco o, peggio ancora, per sbaglio, e adesso ci salutiamo senza averci percorso l’un l’altra. È una storia rimasta a metà. E invece vorrei compierla tutta, fino alla fine. Che poi, non so bene cosa sia la fine, ma manca ancora qualcosa, questo sì, lo intuisco. Non ho vissuto al cento per cento il rapporto con te. Ci sarà occasione per recuperare? Quando finisco non tutto finisce.
(continua)

Ilaria Palomba
DISTURBI DI LUMINOSITÀ

mercoledì 16 gennaio 2019

Disturbi di luminosità - 3

Ma una recensione come si deve non riesci proprio a farla, mi domando ripetutamente, quasi per convincermi che anch'io potrei essere normale, se solo mi impegnassi un po’, e invece no, non so cosa sia la normalità, né sono un critico letterario. Uso ogni testo come fosse un pretesto. Per scrivere, essenzialmente di me. Non so fare altro.
Questo romanzo mi ispira più di altri. Potrei continuare a scrivere chissà per quanto, potrei leggere e rileggere queste pagine ed ogni volta è una storia nuova, ogni volta una riflessione diversa. 
Posso considerarmi un lettore forte anche se leggo e rileggo lo stesso libro senza soluzione di continuità? Quanti libri leggo in un mese? Se leggo libri molteplici come questo me ne basta uno. Me lo faccio durare per settimane e settimane. Potrebbe bastarmi anche per un anno.
Questo che sto leggendo non è un romanzo. Questo che sto scrivendo nemmeno. Però potrei pensarci. Cos'è un romanzo? Il contenitore di una storia (o di più storie)? 
Cos'è una storia? Il contenitore di una vita (o di più vite)?
Cos'è una vita? È necessario viverla per intero per poter formulare la risposta a questa domanda?
Cos'è una domanda? Un circolo vizioso a cui mi aggrappo per non precipitare nell'abisso, nel vuoto di un’esistenza vuota.
Tentativo difficile.
Le parole mi attraversano il corpo. Lo trafiggono. Non sono del tutto sicuro di uscire illeso dalla lettura del libro. Mi riempio delle frasi di cui ti sei svuotata scrivendolo. È un passaggio. Vorrei gridarti che è abbastanza, che ne ho abbastanza. Ma il bisogno di farmi male mi costringe a proseguire.
Anch'io ho sostituito i romanzi alla realtà. Da molto tempo ormai. E non ho bisogno di nessun oracolo che me lo ricordi. Vado dicendo da anni che un giorno resterò impigliato in qualcuno di questi romanzi e non riuscirò più a venirne fuori. Forse quel momento è già arrivato.
Assorbo il tuo ritmo. Sarà che sto entrando in una certa sintonia con i tuoi pensieri? Mi turba l’idea di violare un’intimità a cui non ho alcun diritto di accedere. Non senza il tuo permesso. 
Cerco tra le parole che leggo. Cerco tra le parole che non so trovare. Qualcosa. Almeno qualcosa. Vado a ritroso nella continua rilettura, sempre alla pagina precedente, e ancora indietro, per ritrovare un appiglio, o forse un punto fermo che mi faccia capire che, sì, questo me lo ricordo, per ricreare un ordine nella memoria, per ricostruire uno straccio di storia che forse non esiste ma che testardamente mi ostino a credere che ci sia, sperando di trovare, dovrà pur esserci, un filo da seguire anche nel caos più buio.
È già autunno ma c’è ancora un riverbero di estate, uno strascico che mi illude. Anche le stagioni si confondono, si intersecano sulla superficie del tempo, con sfumature che non lasciano intravedere il passaggio. Così, in questo lento scorrere, la vita viene presa in giro e mi ritrovo a non aver ricordo di niente, forse perché semplicemente non c’è stato niente. L’unica consolazione, far parte di una storia che, ad intervalli più o meno regolari, rileggo, provando a ritrovarmi senza peraltro riuscirci sempre. Almeno così non si è persa del tutto. La vita, intendo. Sempre che possa servire a qualcosa. Squarci di ricordi che irrompono nel presente. Ma, mi sto perdendo, lo so.
Non ci sono cieli nelle mie storie, ne altri, attorno. Dentro quella gabbia, chi è scappato ha lasciato un posto che presto io stesso riempirò, se dentro non ci sono già. Ma ancora non mi vedo, segno che ho ancora qualche speranza di salvarmi. Dovrò aspettare di ripercorrere la strada fino alla fine, fino all'ultima pagina, poi, tirerò le somme, trarrò le mie conclusioni.
Sento di essere il corollario di quel testo. Un allegato che non vive di vita propria. Un satellite che vaga perso nel vuoto, attaccato disperatamente ad un’orbita che non so dove mi condurrà. Forse finanche un parassita.
Di notte raduno i ricordi della giornata appena trascorsa. Ma non solo, mi spingo anche oltre, confusamente oltre. Stancamente, anche. Cerco un motivo per continuare la ricerca. A volte è solo voler vedere fin dove riesco a spingermi. Come quando corro. 
Non ho un traguardo da raggiungere che non sia, ogni volta, quello di superare un limite immaginario che però non so quantificare. Non saprò mai se sono riuscito nell'impresa. È così anche quando frugo nella memoria. Ho la sensazione di perdermi facilmente, mi sento come smarrito, senza riferimenti. 
Questo romanzo non me ne dà, oppure non so trovarli. Non nelle forme a cui sono avvezzo. È un panico continuo. Ma forse si tratta solo di una questione di interpretazione. Mi piacerebbe dire che io e te la pensiamo allo stesso modo, che siamo la stessa persona. Mi piacerebbe credere che sia stata la mia parte femminile ad aver scritto questo romanzo.
A chi mi rivolgo quando parlo? Chi è il destinatario di questi deliri? Immaginami mentre scrivo. 
È incredibile come abbia assorbito il tuo lessico. Così spontaneamente. Mi sorprendo a ripetere le tue parole come fossero una mia creazione. Segno che ho interiorizzato una parte di te, che questo romanzo esiste ed è un romanzo reale. 
Ti scriverò tutta col tempo, penso di riuscirci, fosse anche verso la fine della corsa. Arriverò privo di forze, almeno, però, sarò pronto per affrontare il passaggio.
Sto imparando a conoscerti giorno dopo giorno, pagina dopo pagina, parola dopo parola. La cronaca in diretta dei tuoi giorni, la cronaca dei miei. Il mondo là fuori va avanti. Io resto chiuso dentro le pagine del libro, al massimo tra le ragnatele di un taccuino a cui affido amare considerazione senza fine. I ricordi non si uniscono come le maglie di una catena, restano sciolti, liberi di vagare nella memoria.
Capire il senso complessivo di quell'opera che è la vita, non solo del romanzo. È da un’eternità che ci sto provando.
La memoria dovrà pur appigliarsi a qualcosa. Dovrà procedere seguendo un ordine, o una strada, un indizio. Dovrà pur avere un obiettivo. La galassia dei ricordi, in sé, è un caos, un universo informe e senza ordine alcuno. Non è un’operazione semplice richiamare i momenti belli del passato, e non solo perché sono rari, o si sono dileguati chissà dove. Si sono perse le tracce o almeno il legame che li teneva uniti, che li collegava al presente. Un mondo che sembra essersi perso per sempre. Io non ho nessun oracolo che mi aiuti a farli riaffiorare, sempre che possa servire a qualcosa.
Le cose avvengono senza che riesca ad intervenire. La vita mi passa addosso in maniera scomposta. I vuoti che si creano non so riempirli con niente.
Capire il senso complessivo di questo romanzo. Ma basterebbe anche un senso frazionato, parziale. Non importa che sia breve, io me lo faccio durare il tempo necessario che, man mano che vado avanti nella lettura e nella rilettura e negli eventuali approcci successivi, si può prolungare smisuratamente.
Lo leggo finché trovo qualcosa da spremere, ne distillo la linfa vitale per il tempo necessario a farmi andare avanti. 
(continua)

Ilaria Palomba
DISTURBI DI LUMINOSITÀ