Lettori fissi
martedì 28 gennaio 2014
martedì 3 settembre 2013
Latte versato
Un vecchio centenario, forse
ricoverato in un ospedale, racconta a qualcuno, a volte a se stesso, episodi
della sua vita, della sua famiglia e della storia brasiliana degli ultimi due
secoli.
Brevi capitoli che sintetizzano
momenti del passato.
A volte parla ad un’infermiera, a
volte invece si rivolge alla figlia, o ad un’altra persona, impegnata a
scrivere i suoi resoconti, i suoi ricordi, le sue memorie, soprattutto quelle
riguardanti la moglie Matilda, altre volte a se stesso.
Alla fine però, inevitabilmente i
ricordi si confondono, si sovrappongono, le memorie si affannano. Chi narra può
essere il degente, oppure anche uno dei suoi tanti parenti, lui che ha vissuto
cento anni, ma anche di più, forse anche due secoli, non importa il tempo, a
costruire questa narrazione sono in tanti, che spesso si sovrappongono, in
un’unica voce narrante, che si estende e distende avanti e indietro nel tempo
senza avvisi per il lettore, il quale si ritrova sballottato qua e là nel tempo
e nello spazio, senza che però che questo andirivieni provochi smarrimento,
anzi, la lettura scorre liscia, senza creare particolari turbamenti, è uno
stile a cui ci si abitua ad affeziona presto, ed anche in ciò sta la grandezza
di questo cantautore prestato alla letteratura, o viceversa, dal momento che la
scrittura è stata da sempre una sua grande passione, prima ancora che la musica
lo facesse diventare famoso.
Chico Buarque de Hollanda - Latte
versato - Feltrinelli - 2010
Titolo originale: Leite derramado
Traduzione di Roberto Francavilla
Etichette:
Chico Buarque de Hollanda,
Letture in corso
sabato 17 agosto 2013
sabato 6 luglio 2013
Non capisco perché
Mi avvicino e mi dice no, e non
capisco perché, non ne capisco le ragioni, se è infastidita o ha paura, anche
se non riesco ad immaginare di cosa, e però mi capita spesso di non capire,
forse mi conviene così, ma insisto, forse cederà, non potrà resistere a lungo,
lasciami stare, non voglio, e continuo a non capire, la preoccupano pensieri,
paure, ma non c’è anima viva in giro, non deve dar conto a nessuno di quello
che fa, non capisco il motivo di tanta resipiscenza, vorrei portarmela a letto,
ma va bene anche sul tavolo della sala, quali sono i tuoi timori, non so
capire, non mi rassegno, siamo soli, solo noi due, la prendo per un braccio,
cerca di liberarsi, mi procura una lacerazione nella camicia, che adesso pende
di lato, sulla spalla sinistra, un brandello di stoffa strappata che non mi
procura un dolore particolare, stavo pensando a come reagire, a come fargliela
pagare, ma non ero buono nemmeno per questo, non avevo una mossa pronta, avrei
atteso il momento giusto, prima che si liberasse del tutto della mia presenza,
volevo inscenare un dolore che non sentivo, farla sentire in colpa per qualcosa
che neanch’io avevo ben chiaro, forse per non aver accettato di soddisfare le
mie voglie, qualunque cosa ciò potesse significare, perché forse non avevo le
idee chiare su cosa volevo da lei, o meglio, ero tormentato dai dubbi e non
sapevo uscirne, non era amore, questo lo sapevo, ne ero più che sicuro, non
poteva esserlo, l’amore è un’altra cosa, che non saprei definire, è qualcosa
che si sente, ed in quei momenti di lei volevo solo il suo corpo, che mi
assecondasse nelle mie voluttà, poteva bastare, e non sapevo se quella persona
ero ancora io, oppure nel frattempo mi ero trasformato, grazie alla forza
dell’immaginazione.
domenica 9 giugno 2013
Venezia
Non bastano gli occhi per vedere questa città, anche perché non saprei da dove
iniziare, e non so nemmeno quanto tempo mi serve per riuscire a farmi un'idea
di cosa significhi vivere a Venezia, non lo sanno i turisti che ci passano
pochi giorni, non lo sa nemmeno che vi trascorre un mese, per lavoro o per
studio, devi essere nato pesce per capire, o devi essere nato isola, o anche
gabbiano, ecco, se fossi un gabbiano potresti capire tante più cose, me lo
disse gracchiando poche note stridule, come se fossi in grado di percepire
il gabbianese, ma non capisci che viviamo su pianeti diversi, noi due non
possiamo intenderci mai, ma non ero del tutto sicuro di quello che avevo appena
finito di dire, forse non avevo colto il vero senso del suo pensiero anche se,
a ben vedere, quando mi guardava con quei suoi occhi grandi era come se si dispiegasse
davanti a me un’enciclopedia da cui potevo trarre infinita ispirazione per la
mia attività preferita, e forse stava proprio in questo il senso del suo
messaggio e questo per me era una cosa del tutto inaspettata, mi riempiva di
un'emozione che non riuscivo a contenere, che si manifestava con versi
spontanei, ma anche per mezzo di concetti che non sapevo di poter esprimere, o persino
con interi periodi che non mi appartenevano e che invece adesso sentivo miei,
grazie proprio alle voci rauche che uscivano dalle bocche, o forse sarebbe
meglio dire dai becchi, di quegli animali da sempre disprezzati o anche solo
dileggiati, immagina se riuscissi ad ottenere la stessa cosa anche dagli altri
uccelli, o da altri animali, queste parole gliele dicevo o forse le sentivo
pronunciare, girando per le calli che non avrei mai imparato a conoscere e
individuare, così da potermi orientare senza fatica, senza finire cioè in un
vicolo cieco, anche se di vicoli non ve n'erano, era strana quella città, in
alcuni momenti mi veniva voglia di voltarla sottosopra, solo per la curiosità
di vedere cosa ci stava al posto dei sotterranei, e per capire dove sarebbe
andata a finire tutta quell'acqua, incredibile, come si può pensare di vivere
in un posto così assurdo, al limite delle capacità umane, io di certo non
potrei resistere più di qualche ora, e quando poi provo ad orientarmi non ci
capisco nulla, finisce che sbaglio sempre, anche quando mi ostino stupidamente
a seguire le indicazioni di qualche vecchio veneziano, o quando mi impunto
perché voglio a tutti i costi trovare quel tal locale consigliato dalla guida
che stoltamente ho comprato e che ancor più stupidamente cerco di seguire, senza
capire che a Venezia non c'è un inizio e una fine, è una città ricorsiva, puoi
provare a girarla in ogni verso e direzione ma non ci capirai mai niente, o
meglio, il tempo che ritorni da dove sei partito e quella non la ritrovi più
dov'era o com'era prima, fa presto Venezia a rigenerarsi, e così la gente che
ci abita, e anche quella che la visita, per questo quando voglio allontanarmi
dalla realtà, quando voglio ritrovare il gusto dell'immaginazione, della
fantasia, del sogno anche, non mi resta che venire da queste parti, io mi
presto a questo gioco, con convinzione, da una parte ci sono io, che mi
rigenero al solo pensarla, dall’altro la città che mi dona la forza di
scrivere, ed è davvero un dono, se a distanza di anni dall’ultima volta che
l’ho visitata, sto ancora qui a parlarne come fosse stato ieri, o meglio, come
se stessi passeggiando per le calli affollate per il Carnevale, o per la
Biennale, o comunque perché sono a Venezia, e la gente qui ci viene in tutti i
periodi dell’anno e non c’è al mondo altra città uguale, ma forse questa me la
potevo risparmiare, tanto è così per tutto e per tutte le città e però, Venezia
è davvero unica, anche se non so spiegarlo con altre parole ma dovete credermi,
fa parte dell’accordo, per il solo fatto che sono io a dirlo, altrimenti,
perché siete stati a perdere il vostro tempo a leggere quanto ho scritto fino a
questo punto?
mercoledì 10 aprile 2013
NAIMA II
L’atmosfera è quella di sempre,
ormai la conosco, ormai ti conosco, saprei descrivere ogni movimento, tutti i
passi che fai per avvicinarti al palco e cominciare la tua esibizione, non ho
dubbi sulle prossime mosse, come se ce le avessi impresse da qualche parte del
mio cervello e non possono andare più via, non che lo voglia, anzi sei ciò che mi
fa vivere, ed io, nonostante tutto, nonostante conosca a memoria i tuoi
movimenti, sono sempre qui ad osservarti, forse per trovare qualche segno di
novità che ogni sera mi proponi e me ne accorgo solo dopo, il giorno seguente,
oppure ancora dopo, quando sono solo, e non mi resta che sentire il tuo profumo
ricordando le tue mosse, i tuoi sospiri, la voce che non riesco a non
ricordare, la sento sempre, ce l’ho qui dentro me, mi accompagna ad ogni passo,
non è mai andata via, non ti sei mai allontanata, me ne accorgo adesso, anche
se non ci sei, sento i miei respiri che si affannano a seguire i tuoi respiri,
sento le mie forze venir meno, quando ascolto i tuoi pensieri che mi
attraversano il petto da parte a parte, lasciando un segno che non potrà andare
più via, lo so, e me ne accorgo, e non posso farci niente, me lo tengo, perché
così, solo così potrò continuare a vivere, ad avere la sensazione di star
vivendo, altrimenti sarebbe la fine, altrimenti è la fine, di tutto quello che
c’è stato tra di noi, di tutto quello che sono stato, e non ho più voglia di
pensarci, mi resta solo il tuo sorriso di seta che strofino sul corpo ogni
volta che voglio pensare a te, dolce follia.
martedì 26 marzo 2013
NAIMA I
Se vieni qui vedrai, vedrai cosa
ho da dirti, se vieni, te l’ho detto, ti farò vedere cosa voglio da te, lo
vedrai perché così dev’essere, così dovrà andare, non pensare che mi tiro
indietro all’ultimo momento, sono qui per questo e non per altro, solo per
questo e non per altro, lo ripeto per non essere frainteso, solo una questione
di precisazione, se vieni da sola, se vieni a cercarmi, ti dirò quello che non
sono stato capace di dirti in tutti questi anni, e capirai, capirai perché
tutte le volte che ci vedevamo non riuscivamo mai a finire la serata insieme,
te ne andavi con gli altri o con le tue amiche, sai, non è che voglio farti le
prediche, è solo per precisare che in tutto questo tempo ti ho attesa, ci ho
creduto, non ho perso nemmeno un attimo la speranza di poterti rivedere e
ritrovarti, insieme a me, ed invece, mai
una volta a farti vedere, a farti viva, ho sofferto tanto, e adesso che
finalmente ho trovato il modo di mettermi in contatto con te, adesso non mi
lascio scappare l’occasione per dirti tutto, per raccontarti delle volte che ti
ho aspettato anche se non avevo nessun appuntamento, anche se non ci sentivamo
più da anni, lunghi anni, cose che non so quantificare, non saprei dire quante
volte sono stato ad aspettarti dietro la porta perché mi sembrava di sentire un
rumore ma non eri tu, era il vento, o l’abbaiare di una cane o l’ambulanza che
lanciava il suo grido in una notte fredda, quanto fredda senza te, ed io ad
aspettare, ad aspettare chi non arrivava mai, adesso so, adesso sento che non
lo rifarei, anche se sto male, anche se starei molto male, comunque, preferisco
stare da solo, non ho voglia di ripetere errori, anche se .....
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