Lettori fissi

giovedì 10 gennaio 2019

Disturbi di luminosità - 2


Anch'io ti amo. E anch'io ti odio. Forse comincio a capire. Sono quello che ho scritto. E anche quello che ho letto.
Mi sento tirato in ballo di continuo. Se mi piace la vita? Se ho una famiglia? Un lavoro? Se sono felice? Ma è davvero a me che ti stai rivolgendo? Potrei sentirmi coinvolto fino in fondo. Sento di precipitare in un baratro da cui forse non uscirò mai. Ho le vertigini, anche se non ne soffro.
A volte mi prende un istinto di mollare tutto, riporre il libro sul ripiano più alto della libreria, per non ritrovarmelo più davanti agli occhi. Perché continuare? Ma poi, no, devo farcela, anche a costo di non capire molto. È questo il senso della lettura? Un sacrificio continuo? Non dovrebbe essere, piuttosto, un piacere? Più avanti ci sarà la chiave che mi consentirà di valutare meglio ciò che sto leggendo, e quando ricomincerò dall'inizio sarà un’altra storia. La prima volta è una pena necessaria per poter godere in seguito, nell'approccio seguente. È la mia versione dei fatti.
Le storie sono fatte a pezzi, qualcosa riesce a staccarsi dall'unico grande ricordo integrato, emerge, viene alla luce, è un parto difficile, ma è ciò che serve. Altrimenti, solo buio.
Io non dovevo essere niente, cioè, non sapevo di dover essere qualcosa, o qualcuno. Era così la mia vita. Quest’ignoranza col passare degli anni si è un po’ mitigata, ma in certi momenti mi accompagna ancora. È una dura battaglia per la sopravvivenza.
Non dovevo piacere a nessuno. Tanto meno a me stesso. Né trucco, né capelli, né smalto, né seno, niente di cui interessarmi. Oggi è troppo tardi per recuperare.
Io ti leggo, ma non so se è lettura questo passare gli occhi sulle pagine del libro, pronunciando anche ad alta voce le parole, che non mi restituiscono alcun significato, che non comunicano altro se non i miei fantasmi che si presentano a chiedermi un conto che non so saldare. Non sono del tutto sicuro che era questo che ti aspettavi da un lettore.

Confesso, non è stato semplice. Ho come la sensazione di aver frequentato una persona, una donna, per un periodo di tempo anche abbastanza lungo, e di averla conosciuta solo vagamente. Me ne sono fatta un’idea confusa, forse perché non ho prestato la dovuta attenzione ai particolari, distratto dalle apparenze, o forse dalle appariscenze provocanti e a volte persino irritanti. Avrò occasione di ricredermi, semmai.

Forse questo romanzo, se così si può definire, è dedicato anche a me. Però vorrei sbagliarmi. Ma, dimenticavo, non è un romanzo. È un viaggio, dentro i meandri di una mente che non so definire.
Dovrò fare così. Una linea da seguire. Dovrò interrompermi quando non so come continuare. Lasciare a metà una frase, anche, o incompleto il tentativo di esprimere un concetto.
Mi stai scrivendo? Non mi sento scritto. O non so immaginarmi così. Eppure è un’idea affascinante. Spesso mi sono perso anch'io rincorrendo simili progetti, senza capire, tuttavia, se ci sia mai riuscito. A realizzarli, intendo. Sono rimasti là, alla mercé di eventuali studiosi interessati ad approfondire ed analizzare il senso dei miei scritti. Così mi illudo. E anche questo andrà ad ingrossare quelle fila. Perduto. Parole al vento.

Io, questa tipa, non è che mi sta andando proprio giù. Cioè, continuo a combattere con certi pregiudizi di cui non so individuare l’origine. O con la mia ignoranza.
Mi sentirei di scrivere tante cose. Anche di quello che vorrei fare con lei. Qualcosa però, qualcosa che non conosco, mi trattiene. Cioè, ogni volta mi fa interrompere.
Vorrei, ad esempio, pronunciare il suo nome a voce alta. Il nome Ilaria. Per vedere l’effetto che fa. E poi, sì,  vorrei portarmela a letto. Sto pensando a lei, ovviamente, non a qualcuno dei personaggi del suo romanzo, peraltro piuttosto fumosi. Anche in questo caso per vedere l’effetto che fa.
Mi sono fatto l’idea che così potrei capire qualcosa in più di quello che ha scritto. O anche soltanto qualcosa. Ma forse sbaglio. Cioè, non c’è un fondamento scientifico in questi pensieri, sempre che la scienza abbia un qualche valore.
Non vorrei sembrare irriverente nei suoi confronti, ma la franchezza non è una mia dote, non qualcosa che scaturisce spontanea, ed allora, quando mi passa un’idea per la testa, prendo subito nota, a costo di apparire offensivo, villano, impertinente o che so io e la lascio da parte per il momento opportuno.
Sono davvero libero di scegliere? E se sì, fino a che punto? Non vorrei che si scambiasse un’eventuale illusione di libertà con un qualche obbligo a cui non riesco a non soggiacere. Un’imposizione di cui non sono in grado di individuare l’artefice. Si potrebbe definire libertà, questa? Se non riesco a sottrarmi alle sue frasi? Cioè, a farne a meno, come fossero la linfa che mi mantiene in vita? Sento di non avere scelta, altra scelta che proseguire. Un giorno tutto ritornerà. Tutto più chiaro.

Non è stato facile. Il testo che ho appena finito di leggere non è un romanzo. Non volevo crederci. Pensavo fossero le solite parole di circostanza, di quelle che si mettono all'inizio per ingannare il lettore, per incuriosirlo e stimolarlo, per indurlo, cioè, a cominciare a leggere. Pensare che era stato detto chiaro e tondo. Stupido io a non dar credito fin da subito ad una verità nuda e cruda, e a voler trovare chissà cosa dentro quelle prime frasi.
E tuttavia, se nel corso di questa relazione, sì, insomma, di questo scritto, avessi necessità di fare riferimento al testo a cui sono ormai praticamente incollato, non esiterei un attimo a chiamarlo romanzo. Così, ad esempio, questo romanzo è un’ossessione.
Mi appello o, forse, mi aggrappo alle residue forze che mi rimangono. Penso che mi capirà. Più di quanto io non capisca le sue parole, esplicitate in forme poco chiare o comunque non immediatamente comprensibili. Non a me, almeno.
Ritrovo ancora l’altalena, quel ragazzo, la pineta, immagini lontane, nel tempo e nello spazio. Primitive, anche, come elementi di una mitologia più che primordiale, che sembra abbiano lasciato segni inestinguibili.
Vorrei interloquire con i tuoi pensieri, come se ne fossi a conoscenza. Immaginarti mentre mi scrivi. Toccarti mentre mi stai di fronte. Solo per il gusto di sapere che ci sei e per apprezzare l’effetto che fa.
Riprenditi pure il corpo ma lasciami almeno una speranza. Di poter entrare nei tuoi pensieri. Capire quello che sei. Imparare a vivere. Ad amare, forse. Mi disturbano i tuoi disturbi, i messaggi che non so cogliere, non ho ben capito se per mia incapacità o perché ti stai prendendo gioco di me, un burattino che rischia di finire strangolato dai fili che con perizia ed abilità riesci a tirare senza darlo troppo a vedere.
È la tenzone di cui ho già parlato nella vita precedente, nella prima lettura. Quella che mi ha, non so se maleficamente, introdotto a te.
Ritrovo anche l’Oracolo, e poi Lei. Mi sembra già di far parte di questa famiglia, che arriva da lontano. Ma non mi va di parlare dei miei trascorsi, di quando giravo con le tette al vento. Ho preso a prestito le parole del poeta solo per dire che ciascuno ha avuto un modo proprio di valicare i confini prestabiliti, comprensivi degli effetti più o meno indesiderati.
Sono arrivato a te senza essermi mai domandato cosa sarei stato se non avessi sprecato, ma il termine è un po’ forte, quegli anni di vita così. E non riesco a chiedermelo ancora oggi. Non so se ho fatto bene, ma sento che prima o poi arriverà il giorno in cui dovrò fare i conti con quel passato. Questi tuoi disturbi accelerano il processo, ne sono certo e, del resto, man mano che passano gli anni, quel momento si approssima sempre più e non vorrei essere colto di sorpresa senza prima aver scandagliato i segreti dell’abisso in cui sono stato relegato da forze a me estranee, ignote e che, forse, vorrei poter riconoscere grazie proprio al tuo romanzo, un giorno scoprirò. Allora sarà tutto più semplice.
Ritorno a casa dal lavoro con una gran voglia di ritrovarti. Il libro sul tavolino al lato del divano. Riprendo a leggere. Non da un punto preciso. Non cioè da dove avevo messo il segnalibro che marcava il punto in cui avevo interrotto la lettura. I pensieri non hanno un prima e un dopo. Tocca a me ricostruire un percorso. È con un piacere quasi infantile che mi sottopongo a questo gioco, a questo scherzo che sembra infruttuoso. O a questa sfida che affatica. Dal piacere al dolore, o viceversa, è un attimo.
Sono un altro quando leggo. Provo ad immedesimarmi nei personaggi, divento un abitante dei luoghi descritti, godo della compagnia di sconosciuti. Non provo vergogna a posare nudo di fronte ad una donna mai vista prima, né imbarazzo a farci l’amore.
Questo romanzo non mi apre le porte di un nuovo mondo. Non perché non sia nuovo. È che non lo so, perché è un accesso difficile, angusto, quello attraverso cui devo passare. Le vie sono scivolose, i marciapiedi viscidi, l’avanzare stento. Non so dove riuscirò ad arrivare procedendo ad occhi chiusi. Non sarai soddisfatta di ciò che vado dicendo. Le parole risultano ambigue, piene di incognite. Ma forse tu ti ci ritrovi.
Questo romanzo non è un romanzo. Basterebbe che credessi a questa dichiarazione per arrestarmi qui e non proseguire oltre. Né a leggere né a scrivere. Del resto, non si può scrivere niente del niente. Chissà cosa ti aspettavi. Chissà cosa mi aspettavo. Parole. Eppure, forse scriverò tutta la notte. Non voglio che svaniscano presto gli effetti dei momenti, stavo per dire tormenti, trascorsi insieme a te. Attraverso i luoghi dei tuoi viaggi, mi sembra di vedere il mondo da una distanza che non riuscirò mai a percorrere.
Dall'alto tutto appare diverso. Dall'alto dei miei anni. Non ho molta fiducia che possa riuscire a capirci qualcosa. Almeno qualcosa. Tanto meno i disturbi di donna, che tu lo sia o meno. Ogni frase è un percorso in salita, vorrei raggiungere la vetta e respirare l’aria pulita, inebriarmi delle atmosfere rarefatte del tuo pensiero. Vedere tutto più chiaro, leggerti negli occhi, abbracciarti in un silenzio irreale. Anch'io vorrei liberarmi del mondo che mi circonda, non essere più niente.
Questa lettura è una nuova lettura, di qualcosa che non ho mai letto. Questo romanzo è un altro romanzo.
Leggo, ma la frase appena letta mi sfugge, scompare dissolvendosi. A nulla serve ricominciare se non sono in grado di entrare nei tuoi pensieri. Mi verrebbe da chiederti un consiglio. Voglio vivere. Sto affogando nell'aridità. Sono quasi affondato.
Questa copertina d’altri tempi! Chi era chiuso dentro quella gabbia è riuscito a liberarsi. Non appare evidente come abbia fatto. Importa poco saperlo, tanto, il messaggio è chiaro.
(continua)

Ilaria Palomba
DISTURBI DI LUMINOSITÀ

mercoledì 2 gennaio 2019

Disturbi di luminosità - 1

L’idea che ho, quasi certezza, è che non sarà facile. Già capire le frasi in epigrafe risulta un’impresa. Mi giustifico dicendo che non conosco la fonte, che le parole vanno contestualizzate, che non si possono estrapolare dalla loro sede naturale, metterle in esergo in un libro e pretendere allo stesso tempo di poter coglierne il significato autentico. Mi sembra una scusa quantomeno plausibile. Vado avanti.
Poi una sorta di premessa, di avvertimento, prima dell’inizio, prima della divisione del romanzo in capitoli. Colpo di scena. Non mi trovo di fronte ad un romanzo e di questo sono perentoriamente avvisato fin da subito. 
Già percepisco come una sensazione di nuotare in acque torbide. Un po’ sono abituato, a dire il vero, le cose che leggo di solito non hanno un andamento lineare, nulla di facile, tanto che capita, e non di rado, di dover interrompere la lettura per manifesta incapacità di capire cosa vado leggendo. 
Questa volta, però, e nemmeno troppo velatamente, vengo messo di fronte ad un bivio. È un avvertimento bello e buono, del tipo, non dirmi poi che non te l’avevo detto. Non so cosa aspettarmi. So solo che, ovviamente, non cadrò nella trappola del terrore, respingo al mittente ogni tentativo di intimidazione e vado avanti più convinto che mai.
So bene cos'è la captatio. Sono aduso a questi sotterfugi, non mi lascio ingannare facilmente. 
Ma tu, piuttosto, lo sai che ti sto usando per scrivere una storia? Certo, non puoi saperlo, o non è così che intendevi l’interazione. O forse sì, e allora, da qui alla fine, ne vedremo delle belle.
Il primo capitolo non è il primo, cioè, il primo capitolo è il capitolo zero. Proemio o provocazione? Sono diffidente, starò in guardia. Per quanto mi riguarda, la lettura non è mai stato un atto semplice e ho avuto spesso una relazione conflittuale col testo, col narratore, con l’autore e, a volte, persino con l’editore, soprattutto con quelli a cui ho inviato un manoscritto e che non si sono mai degnati di rispondere, oppure sì ma si sono limitati a dire che l’opera non rientrava nei loro piani editoriali, una maniera gentile per dire che faceva schifo, o giù di lì, sempre che si siano mai degnati di leggerla.
Ho sempre desiderato conoscere un altro me stesso, uno che ha visto cose che io non ho visto, che ha fatto cose che io non ho mai fatto. Ecco, in mezzo a queste pagine potrebbe nascondersi il mio alter ego femminile.
Leggo frasi che non mi entrano, come fossero fatte di parole che non riesco a capire, con cui non ho confidenza. Trasmettono messaggi a me del tutto estranei, anche incomprensibili. Un alfabeto ignoto. Capita la stessa cosa anche quando a scrivere sono io.
Così mi perdo e disperdo le energie. Ho bisogno di ritornare sulle cose già lette, le pagine, le frasi, i capitoli. Leggerò con più attenzione, lentamente. Voglio entrare nella mente di chi racconta, sempre che sia possibile. Voglio decifrare questa rapsodia che quasi mi disturba. C’entrerà qualcosa con il titolo?
Leggere questo testo equivale a ricostruire un puzzle partendo da tessere che non danno molti punti di riferimento, cosicché avere un quadro completo della situazione risulta davvero difficile, si rivela un’operazione alquanto complicata. Ecco perché, quasi sicuramente, sarà necessaria una seconda lettura e, forse, anche una terza. 
Questo lo capirò già dalle prime pagine. Non so se ripartire adesso dall'inizio, dopo la lettura dei primi capitoli, oppure è meglio arrivare fino alla fine e quindi ricominciare. Ma penso che andrò avanti, cioè, nonostante tutto, anche se non colgo completamente il senso di ciò che vado leggendo. Mi tengo questo dubbio. La rilettura sarà un’altra cosa, cioè, un’altra storia.
Schizofrenia, forse. Questa lettura è un’autoanalisi. Forse è così per ogni testo. Forse dipende dall'impegno che ognuno ci mette. Io vorrei provarci. 
Sono fatto di quello che sono. Di quello che sono stato.
Io, però, ti perdono, cioè, ti capisco. La prosa sperimentale è una lusinga cui difficilmente si resiste. Ci sono passato anch'io. Non voglio scoraggiarti, o distoglierti. Tutt'altro. Sono disposto a fare di tutto perché possa continuare a coltivare i tuoi sogni, e la circostanza che sono qui a leggerti ne è una dimostrazione lampante. E poi, il libro l’ho anche voluto, desiderato, cercato, fino ad averlo tutto per me e adesso me lo sto godendo, come un amore difficile ma che, sono sicuro, alla lunga mi restituirà le soddisfazioni su cui avevo puntato, una fiducia correttamente riposta. Sì, è un incoraggiamento a proseguire su questa strada, qualora ne avessi bisogno.
Ma chi sono io per dirti tutto questo? Me lo chiedo con una certa insistenza, a momenti persino irritante. Adesso che ci ripenso non so darmi una risposta ma ormai il dado è tratto. Mi sembra che si dica così, cioè, penso che ci stia bene in questo caso. 
A volte ho bisogno di liberarmi persino dei verbi. Diventano pesanti, una zavorra che mi blocca, mi inibisce e mi impedisce di proseguire. Mi sento più libero senza quei pesi, quasi fossero dei vincoli cui necessariamente sottostare, pena una chiarezza di esposizione almeno auspicata. E invece no. Voglio vivere i miei momenti di libertà dai predicati, essenzialmente verbali. Frasi spezzate, disabilitate. Anche sconnesse sul piano temporale. 
Sai cosa ti dico, in tutta sincerità? Che la tua scrittura mi irrita. Forse, però, la mia è anche un po’ invidia.
La vita è fatta a scatti, ad episodi, in qualche modo raccordati, spesso con momenti vuoti, spazi che non lasciano alcun segno. A guardarla sembra un unico filo senza interruzioni. Ma spesso i giorni sono scollegati fra loro, l’oggi nulla a che vedere con il domani, e viceversa. Schizofrenia anche questa, forse. 
Non sono niente senza te, e senza gli infiniti altri te. 
Arriverò fino alla fine e poi, semmai, ricomincerò. Troppe le cose tenute nascoste, dette a metà. Mi aspetto che prima della fine vengano svelate, altrimenti avrò perso il mio tempo. L’intrigo si deve sciogliere, non può rimanere mistero per sempre, diversamente è malattia, una qualche malattia a cui non mi sento di dare un nome, e non solo per mia ignoranza. 
Le storie si possono raccontare in tanti modi. Le mie capacità critiche, poche, in verità, non mi consentono di recensire i tuoi pensieri, non come mi piacerebbe se invece mi trovassi di fronte a pagine più chiare. Mi resta l’assillo irrazionale, o ingiustificato, di volere a tutti i costi avvicinarmi a te. Non conosco un altro modo se non quello di proseguire nella lettura e fare affidamento sulla ripartenza.
A quest’ora tarda di una notte di metà settembre decisamente ancora estiva non ho il coraggio di abbandonarti. Non mi sento di lasciare il libro sul divano. Ti porto a letto con me. Qualcosa ne ricaverò ancora. E poi, comunque, ti ritroverò nell'ultima spiaggia, quella dei sogni. Tanto sono sicuro che domattina non ci sarai più. O meglio, non sarai più la stessa di oggi.
Tu hai il tuo Oracolo. Io ho te. E mi sforzo di immaginarti partendo dalle parole che leggo, dai segnali che dissemini qua e là e che seguo a fatica.
La tua sincerità, o la schiettezza, mi rende diffidente al massimo grado nei tuoi confronti. La tenzone rischia di diventare lotta crudele. Non voglio cedere, essere accalappiato, e non è alterigia o falso orgoglio. È che ancora non sei entrata in me e forse non basterà una semplice rilettura. Ma aspetto di capire di più, aspetto di arrivare alla fine.
Ho perso il segno, cioè, si è sfilato il segnalibro. Non ricordo dov'ero arrivato. Ricomincerò da un punto qualunque. Se qualcosa riemerge la ripetizione non fa male. Se invece sono andato oltre ed ho saltato inavvertitamente qualche pagina, so che ci sarà comunque un’altra possibilità, e forse anche più. Dipende dall'energia che mi sarà rimasta, o dalla voglia di conoscerti che, al momento, è tanta. Sufficiente, in ogni caso, a farmi ritornare sui miei passi e ricominciare la lettura dall'inizio. 
Nonostante tutto mi trovo bene a nuotare fra le tue acque, torbide o meno. Un bagno ristoratore, una curiosità insaziabile. Ti confesso una cosa, vorrei non capirti mai, per avere l’opportunità, o la scusa, di ritrovarti, ogni volta che ne sento la necessità, di entrare nei tuoi disturbi per illuminarmi, per trovare la luce che non ho, che mi manca e di cui avverto una disperata necessità, qualunque cosa voglia significare.
Non so se potevi raccontarla in un altro modo questa storia ma, di certo, un’eventuale versione “normalizzata” dopo poche pagine non mi avrebbe spinto ad andare avanti, non avrebbe, cioè, suscitato il mio interesse.
Questa volta il segnalibro c’è ma il risultato non sembra diverso. Ancora perso in mezzo a locuzioni che sento che non mi appartengono. Quanto tempo sarà necessario per scioglierle, per decifrare l’effetto delle tante frasi ad effetto. Faccio fatica a seguirti. Mi manca la visione di insieme. Il puzzle non si compone. Le tessere restano sul tavolo, sparse, disperse, solitarie. Così, non riesco a godere, per citare un verso della tua poesia. 
Sento come un dovere onorare un impegno a scrivere qualcosa. Niente di più deprecabile. Sarebbe stato meglio, non aver mai preso contatto con te, o nessun compromesso. I sentimenti, cioè, le reazioni alla lettura, sarebbero scaturiti spontaneamente, in maniera del tutto normale, non come una forzatura innaturale. Ma tant'è, la promessa, quella di parlare del libro, di ciò che mi ha suscitato, la promessa è debito anche se con te rischio di ridurmi al fallimento.
Il puzzle da ricostruire abbraccia più tempi e più spazi. Corpi celesti vaganti nell'universo. In mezzo, liquidi che non riesco a bere, se non a piccoli sorsi, polveri che non so assaporare. Sarà così fino alla fine? Non voglio crederci, sarebbe la mia, di fine.
È una tensione continua, uno sforzo enorme di concentrazione, non so se ben ripagato. 
(continua)

Ilaria Palomba
DISTURBI DI LUMINOSITA'

mercoledì 7 novembre 2018

La storia di quei due


Potrei raccontarla la storia di quei due. Non due distinti, no. Due qualunque, o anche più. Non so se dello stesso sesso o delle stesse tendenze sessuali. Poco importa. Che si conoscano da tanto tempo o che si siano appena incontrati. Che abbiano interessi comuni oppure che siano persone completamente diverse. Importa poco o nulla.
Potrei raccontarla, e poi? Solo per il gusto di scrivere? Non ho molto da dire se non che non ho niente da dire, e non so nemmeno come dirlo. Cerco ogni volta di trovare le parole giuste ma non basta trovarle per esprimere quel concetto. Altrimenti ci sarebbero scrittori a iosa.
La storia di quei due o di chiunque altro ha senso come ce l’ha il treno che va, che procede, superando stazioni, gallerie, ponti, sotto qualsiasi clima, che va verso una destinazione già nota e secondo tempistiche prestabilite. Il rumore del treno che va è come il tempo che trascorre e dentro cui si muovono i personaggi delle storie che forse racconterò, o forse no.
È importante che abbiano un volto, forse anche un nome, tutte queste comparse, altrimenti sarebbe meglio definirle scomparse, esseri inesistenti, ininfluenti anche, al limite inutili. Idee per una storia che non potrò mai sviluppare.
Devo osservare con più attenzione, anzi, no, con attenzione, i passeggeri di quel treno. È da lì che può nascere l’ispirazione. No, non sto pensando alla storia da raccontare, ma esattamente alla vita, un’ispirazione per la vita, la mia. Per poi scriverne, certo, ma intanto posso dire di aver vissuto, almeno il tempo di un viaggio in treno. 


mercoledì 3 gennaio 2018

Mara 6 (Potrebbe andare)

Vorrei tornare a quei confusi momenti iniziali, quei pochi secondi in cui era ancora possibile cancellare tutto, rispedire al mittente i messaggi, annullare con un colpo di spugna i sogni appena sognati, per ricostruire una verginità irrimediabilmente compromessa e perduta. Vorrei cancellare quell'infausto incontro, azzerare il tempo trascorso da allora, annullare definitivamente quell'esperienza. Strappare i fogli su cui incautamente l’ho fissata.
Non sono io quello lì. Vorrei non aver mai subito le conseguenze determinate dalla conoscenza di Mara.
Ma ormai esisto anch'io, anch'io faccio parte di questo mondo. Non sono stata io a ritrovare il telefono, se non volevi conoscermi potevi lasciarlo per strada, potevi evitare di raccoglierlo, di metterlo in tasca, di rispondere quando ho composto il numero. Avevi tante possibilità di evitarmi. La tua curiosità, o chissà cos'altro, ti ha incastrato, ti ha legato a me, e adesso non sai come disfarti della mia ingombrante presenza, che giudichi ossessiva. Ma io non ho fatto niente per meritarmi questo trattamento …
Potrebbe andare. Il respiro abbastanza sciolto, la parlantina più o meno quella di Mara.
Guarda un po’ cosa mi tocca subire, un dolore incompreso. Quest’uomo non sa capire, come tanti altri. Ho voglia di piangere, ma devo trattenermi, non lo deve sapere, non deve accorgersi di niente. Non ho ancora confidenza, non intimità, non abbastanza da rivelargli il dolore che mi dilania, vorrei mandarlo a quel paese, non so cosa me lo impedisce, non vorrei farne un dramma, è stato solo un episodio, ma adesso cosa faccio?
Troppe domande, considerazioni superflue, forse anche nocive, non so se deleterie. Non ho nessuno a cui rivolgermi, nessuno di cui fidarmi, starmene con le mie pene non deve essere la scelta migliore, la pagherei presto, sotto forma di dolori che non saprei affrontare o controllare e finirei per piangere, lo so già, nessuno a consolarmi. È vita questa? Sono infelice. Aspetto qualcosa che mi smuova da questa apatia. Non so agire e non ho nessuno che lo possa fare per me.

martedì 19 dicembre 2017

Mara 5 (Qualcosa di diverso)

Me ne stavo a casa a leggere. Ogni volta qualcosa di diverso. Raccoglievo pensieri dalle pagine sparse dei libri che iniziavo, poi interrompevo, riprendevo, confondevo, impastavo, facevo lievitare in idee senza senso.
Poi ricostruirò una storia.
Confrontavo le frasi che emergevano dal sonno che, pesante, incombeva non appena accendevo una lampada. La luce artificiale mi oscurava la vista.
Facevo uno sforzo tremendo per rimediare qualche parola, poche frasi di senso compiuto, che il giorno dopo mi toccava ricostruire, interpretare, giustapporre con quanto avevo già scritto, per farle combaciare con le mie aspettative, con il sogno di ritrovare Mara, o Sara, o chi per lei, o di incontrarla al bar, per fare colazione insieme.
Ho ricevuto dei buoni consigli la notte appena trascorsa, ma non so chi ringraziare per questo soccorso, sta di fatto che lei mi aspettava, come se ci fossimo dati appuntamento.
Era già seduta al tavolino giusto di fronte alla vetrina delle paste. Per me un cornetto ripieno di marmellata di albicocca, lei preferiva la crema, e poi un caffè, un cappuccino ed una storia tutta da inventare, ognuno la sua parte.
La mia durava lo spazio di un respiro, che cercavo di trattenere più a lungo possibile. Lei era più sciolta, parlava rapidamente, ripetendo i concetti ogni volta con le stesse parole, come un disco incantato, di quelli di una volta.
La crema fluidifica i discorsi, rende scorrevole la conversazione, facilita la confidenza, agevola la vicinanza. Di questo era convinta.
Ho voglia di baciarti, aspetto che sia tu a dirmelo, a chiedermelo, a propormelo, non è il mio ruolo, non fa parte della mia parte. 
Mi immedesimo con cautela nella sua identità. Non vorrei commettere errori grossolani.

mercoledì 13 dicembre 2017

Mara 4 (La giusta distanza)

Non è stata una grande occasione quella del telefono. Neanche una grande idea. Solo fastidi. E pensieri inutili. Perdita di tempo.
Volevo ricavarne un racconto, forse anche un romanzo. Ma non ne viene nulla. Non sono riuscito a capire cosa manca, qualche dettaglio, forse.
Tenere la giusta distanza da una terza persona che mi permetterebbe di avere le idee chiare, non solo il cambio di consonanti delle alternative del nome da scegliere. In fondo, fare l’amore con Sara, o con Lara, non sarebbe stato molto diverso che farlo con Mara. Ma non era questo il punto.
Aspettavo un’idea, come se potesse arrivare da uno stimolo esterno. E aspettavo invano, perché era dentro me che doveva avvenire la trasformazione.
Fin quando si trattava di recitare la parte di un uomo, per quanto incompetente in talune materie, potevo lanciarmi, sia pur con un pizzico di incoscienza. Ma poi, quando dovevo vestire i panni di Mara, quando dovevo indossare i suoi sentimenti, non era solo più indovinare la giusta sequenza di gesti e di parole, toccava invece inoltrarmi in un mondo del tutto sconosciuto. Non sapevo essere donna.
Ma così come guido un’auto pur senza essere a conoscenza dei principi per cui un motore fa muovere un mezzo, insieme a tutti gli altri apparecchi e ai tanti meccanismi che fanno parte della macchina, del complesso sistema meccanico, allo stesso modo ho deciso di provare, di partire da cose note, da elementi universali ed incontestabili.
Vestirò un abito femminile, imparerò ad essere Mara, a truccarmi come lei, poco, per la verità, a selezionare le scarpe adatte alle circostanze, abbinare i colori delle calze e delle gonne, a riposarmi in certe giornate difficili. Insomma, a trasformarmi all’occorrenza in un altro personaggio.
Sì, non era ancora una somma, perché ce ne vuole ad accettare, sia pure per poche battute, un travestimento, che per me sarebbe una prima assoluta. 
Non era una somma anche perché non avevo visione delle singole porzioni di cui era costituito il suo corpo, perennemente sfuggente, affatto reale.

domenica 3 dicembre 2017

Mara 3 (Le solite azioni)

Non stavamo comodi, a dire il vero, ma non era a quello che badavo.
Per me era sufficiente averla accanto. Non chiedevo altro. Toccarle il fianco, sfiorarle il resto, accarezzarle i piccoli seni, farmi maltrattare il membro, che intanto si era come risvegliato da un sonno profondo.
Non ricordavo più da quanto tempo se ne stava lì come morto, giacendo assorto e taciturno in attesa di un’occasione propizia per dare segni di vitalità. La prossimità di Mara l’aveva provvidenzialmente ridestato.
Non erano solite le azioni a cui si rendeva disponibile. Non lo erano da anni ormai perduti, sprofondati negli abissi del tempo. Non si trattava di un cambio di vita, ma poteva servirmi per ripartire.
“Tu non sai cos'è stato quest’incontro per me”.
Glielo dissi quando ancora eravamo sdraiati dentro la vasca e nel riferirglielo cercai una risposta che tuttavia non arrivò. Ma poi capii cos'era stato. Non so che farmene di Mara. E non solo di lei.