Lettori fissi

domenica 30 marzo 2025

Fiquem atentos

 


A breve si danza.

mercoledì 12 febbraio 2025

Se camminare fa troppo rumore

Un romanzo che ho amato come non mi succedeva da un po'. Intanto perché è scritto molto bene, che poi è ciò che più importa in questo campo. 
Non proseguo nella lettura perché voglio sapere come finisce la storia. O non solo. Continuo perché mi piace come scrive Giusi D'Urso, una scrittura a tratti poetica, soprattutto quando ci sono di mezzo i ricordi. 
(A proposito, leggetelo fino alla fine, scoprirete sorprese davvero inaspettate.)
Ho apprezzato, fra altre cose, la gestione della memoria, dei ricordi di un passato più o meno lontano, che si intrecciano di continuo col presente, e con la prospettiva di una svolta nella vita della protagonista che sembra sempre sul punto di arrivare, sotto forma di speranza di un miglioramento delle condizioni di vita, non solo dal punto di vista economico, di una serenità a lungo agognata, di una chiarezza nella propria vita, nelle relazioni con le persone conosciute ma anche con i nuovi incontri. 
È un raccontare, quello di Sofia, la protagonista, senza raccontare, che sembra scaturire spontaneamente al solo lasciarsi andare ai ricordi. 
È una confessione necessaria che si costruisce da sola.
"Perché le storie vanno pur raccontate a qualcuno", e io mi considero fortunato ad aver letto questa storia.
Se camminare fa troppo rumore è scritto molto bene e con una storia che stimola la lettura.
Grazie Giusi. 
Grazie a Il ramo e la foglia per la cura dell'edizione. 
(Ma quanto sono belli i libri di questa casa editrice?)

Giusi D'Urso 
Se camminare fa troppo rumore
Il ramo e la foglia edizioni 

sabato 23 novembre 2024

Leggere

Anch’io ho il mio luogo di elezione per la lettura. Si tratta di un divano, più esattamente di un angolo del divano, che favorisce la concentrazione e dove mi rannicchio quando voglio leggere. 
Ho bisogno di molto silenzio per leggere. Se c’è qualcuno che parla, se c’è un televisore acceso o se ci sono rumori in giro, in casa e fuori, non riesco proprio a leggere. Il divano meglio se comodo, ma anche se non lo è col tempo trovo la posizione ideale. Importante è anche che ci sia un bracciolo largo, per appoggiarvi un quaderno e prendere appunti. Durante la lettura scrivo lasciandomi ispirare da ciò che leggo. Le due attività per me sono strettamente connesse e pressoché inscindibili. 
È per questo, proprio perché ho bisogno di silenzio, che non leggo quando viaggio, che sia in aereo, in treno o in autobus. Non sopporto il parlottio di sottofondo degli altri viaggiatori e soprattutto il chiocciare delle voci degli speaker che danno informazioni sulle stazioni di arrivo e di partenza dei treni. Non parliamo poi delle istruzioni impartite sugli aerei.
A letto, prima di addormentarmi, non riesco a leggere, semplicemente perché mi corico quando non ce la faccio più a stare in piedi o con gli occhi aperti. Lo stesso in bagno. Non ho bisogno di ispirazioni per evacuare. Ci vado solo quando lo stimolo per farlo è abbastanza maturo e ci resto il tempo strettamente necessario per le operazioni del caso.
Devo alla varicella, e alla lunga successiva convalescenza, il mio approccio a Proust e alla Recherche, con precisione al primo e a parte del secondo volume. Solo l’idea di un lungo periodo di assenza dal lavoro e di reclusione forzata poteva farmi affrontare un’opera così imponente, e non solo dal punto di vista del numero di pagine. Una volta guarito dalla malattia ho messo da parte i volumi dell’autore francese e solo di rado ho ripreso qualche pagina.
Quanto alle onde del mare, per me sono state da sempre fonti di ispirazioni per prose più o meno spontanee. Resto ancora oggi incantato dal suono, dal fragore, dal rumore, dalle voci delle onde, che passano dal mare, o dall’oceano, direttamente a me. 
Ho ricordo di antiche letture, Big Sur, un romanzo di Kerouac, e dei versi alla fine del libro, in cui lo scrittore americano si lasciava incantare e ispirare dai suoni dell’oceano, che ha trasformato nel poema Mare - Suoni dell’Oceano Pacifico a Big Sur.
Considerando i libri ordinatamente esposti nei ripiani delle librerie di casa potrei leggere per decenni ancora. Non solo i libri comprati da poco, anche quelli comprati da più tempo, mai letti, o che ho letto e che non ricordo più nemmeno di possedere o di avere letto. 
A volte mi viene da pensare che bastano pochi libri per garantirmi anni di letture perché un libro non si finisce mai di leggere, perché quando si rilegge siamo cambiati rispetto al tempo della prima lettura e riusciamo a cogliere aspetti diversi del testo, e perché comunque se si tratta di un buon libro avrà sempre qualcosa di nuovo da dirci e da darci.
Dico che i libri sono ordinati ma si tratta di un ordine variabile. Mi diverto di tanto in tanto a cambiarne la disposizione nelle mensole, ad esempio a seconda del luogo di origine degli autori, o a volte anche in base al genere degli autori. Così, riordinando i libri, mi capita di sistemare quelli di autori italiani su uno o più ripiani, e quelli di autrici italiane su altri. Lo stesso vale per scrittori di altri paesi. Sui ripiani più alti o su quelli più spessi ripongo libri d’arte, oppure enciclopedie, o atlanti, ma anche dizionari o grossi tomi.
A volte dentro i libri ritrovo degli appunti solitamente vergati a matita. Non mi piace lasciare tracce di penna sulle pagine dei libri. E ultimamente non sottolineo nemmeno passaggi per me significativi. Piuttosto prendo nota nel quaderno di cui sopra, oppure scrivo a penna degli appunti su un foglio di carta che poi lascio tra le pagine. 
Un modo che mi consente di tener conto di una cronologia dei libri comprati è scrivere, sempre a matita, sul frontespizio, la data di acquisto del libro, e a volte anche il luogo.
Conservo anche una consistente raccolta di segnalibri, di tutti i tipi, materiali e luoghi di provenienza che però non sempre assolvono al compito per cui sono stati concepiti. Non sempre, cioè, li uso per tenere traccia della pagina in cui sono arrivato nella lettura. Anche perché una volta finito di leggere un libro, il segnalibro non serve più e allora, in questo caso, li conservo in delle scatole appositamente comprate. 
Uso i segnalibri perché non mi piace fare le orecchie ai libri. Sarebbe come infliggere una ferita alle pagine e per me un libro è una cosa viva, e in quanto tale non deve soffrire nemmeno una piccola scalfittura. 
A volte tra le pagine ritrovo delle foglie o dei fiori schiacciati.  
Quando prendo un libro tra le mani può succedere che ritrovi anche l’autografo dell’autore, anche di alcuni 
famosi. Mi ritrovo così a pensare alle occasioni in cui ho vissuto i momenti emozionanti degli incontri ravvicinati con quei personaggi così importanti del mondo letterario.
Non sempre finisco di leggerlo un libro. A volte mi bastano alcune pagine per giustificare i soldi spesi per comprare quel libro. Sono più che sufficienti le pagine che leggo e penso che proseguire nella lettura non mi darebbe nient’altro. Questo perché la lettura di un testo non mi serve come mezzo di evasione dalla realtà, non sempre sono interessato a seguire una storia, o a capire come va a finire. Preferisco concentrarmi sull’analisi della forma, sullo studio dello stile, sull’esame delle tecniche di scrittura, utilizzando, cioè, il testo come pretesto da cui partire per scrivere, anche se non necessariamente di quel testo appena letto.
Dal testo che leggo cerco di estrapolare quanto più possibile le cose che mi servono, per scrivere molto spesso di me, per esternare sentimenti, per esprimere incertezze, per evocare fantasmi di un passato con cui non sono riuscito a fare i conti, per esorcizzare paure, quelle del futuro, del tempo che passa, dell’età che avanza, e dei problemi connessi con tutto ciò. 
Non intendo comunicare alcunché con questi scritti dal valore terapeutico, che servono solo a me. Poi, se qualcuno leggendoli vi trova qualcosa di interessante e utile, tanto meglio.
Le cose si accumulano in me fino a raggiungere un punto in cui non possono essere più controllate o contenute. Devono in qualche modo uscire all’esterno, palesarsi, che siano coscienti o meno.

domenica 4 agosto 2024

Le rimembranze di Silvia




Non ho ancora trovato il modo di entrare in quella stanza che, lo sento, presto sarà mia. Cosa me lo fa credere non sono in grado di dirlo adesso, ma ne va della mia vita.
Forse ho esagerato un po’, ma a volte ho bisogno di essere ultimativo, per giustificare un’azione, per non considerarla una perdita di tempo, e perché voglio dare un senso alla lettura. Un senso che mi faccia capire perché insisto ad andare avanti, laddove tutto sembra scontato fin dall’inizio, e invece no, io voglio trovarci qualcosa che sta dietro alle parole e che non appare immediatamente. E potrò farlo solo continuando.
Eccomi, dunque, a curiosare tra le pagine. Alla ricerca di cosa? C’è un pacchetto, o anche più di uno, che racchiude il tempo andato. Mi piacerebbe essere lì, insieme a Vittoria, nel momento esatto dell’apertura, allorché il passato lentamente comincia a emergere, a sondarne i misteri, ad annusare come un cane (sì, ci sono anche cani in questa storia) i ricordi, a svelare le inevitabili incognite per quello che avrebbe potuto essere se solo …
Dentro quei pacchetti ci sono tante vite e tanti ricordi personali.
C’è, ad esempio, la storia di come Vittoria ha affrontato il Covid (quel virus monarchico). Un bel nome, Vittoria. Una con questo nome non può che essere una donna forte, che riesce in ogni cosa, che ha tante idee e soprattutto una che conosce il modo per realizzarle.
Siamo stati in tanti ad affrontare quel male e ognuno ha serbato i ricordi di come ha vissuto quel periodo. Vittoria, con ricchezza di argomentazioni e con divertita ironia, ci racconta, come è uscita indenne, a fatica e con attenzione, applicando la guardinghità, ma anche con una certa dose di fatalismo.
In quei pacchetti c’è anche la relazione d’amore con i suoi quattro cani, che in vari periodi della vita ha amato tanto, così come si ama una persona cara. Vittoria ci racconta fin nei dettagli tutto l’affetto che ha provato per queste creature, che hanno rappresentato una parte importante della sua vita.
C’è poi l’incontro con il buddismo, che le ha fatto cambiare vita e soprattutto capire come affrontarla nel modo migliore e comprendere la giusta importanza da dare alle cose.
Leggendo l’ultima parte del libro è possibile disegnare una mappa delle abitazioni in cui ha vissuto la narratrice e dei continui traslochi effettuati negli anni, che l’hanno fatta approdare a quella che vorrebbe fosse la sua ultima casa, in quel di Trieste, dove può godersi la vista impareggiabile del mare.
Ci sono ancora tanti altri ricordi che emergono da quel pacchetto, che per quanto sforzi facciamo di rimuovere, presto o tardi ritornano a ricordarci che comunque la vita va vissuta intensamente con amore e senza calcoli.
Ho fatto bene a continuare a leggere, a desiderare di scoprire i segreti contenuti nei pacchetti, e ad arrivare alle pagine finali, cioè alla Prefazione a posteriori, come la definisce l’autrice.
Una parte che ho amato molto, dove viene sintetizzata in poche pagine la biografia di una donna in cui non è difficile intravedere o infrasentire, come fosse parte del romanzo, la stessa Silvia Palombi, una scrittrice che ho conosciuto grazie a questo romanzo dal titolo Pacchetti, cani e altre questioni, una delle primissime pubblicazioni della casa editrice Qed fondata agli inizi del 2024.
Buona lettura.

Silvia Palombi
Pacchetti, cani e altre questioni.
Edizioni Qed

sabato 27 luglio 2024

La resa


Iniziare a leggere un libro. Che avventura! Che esperienza! Entrare in un mondo nuovo. 
Si corrono rischi? Non sempre siamo pronti ad affrontare un viaggio. Preparati, cioè. Perché cos’altro è la lettura di un libro se non un viaggio? E come tutti i viaggi riserva delle sorprese, nasconde delle insidie, richiede sforzi ma può regalare anche soddisfazioni.
È anche un quadro, il libro. Un’idea di quadro già esistente nella mente del pittore che riempie la tela di linee, di colori, di pennellate. Il risultato è anche in quel caso una storia, un pezzo di vita trasferito in un’altra dimensione, man mano che torna in superficie grazie a un estenuante esercizio di memoria.
Lentamente emergono particolari, distillati di ricordi sgranati. Ci sono due fratelli, il maschio ha quattordici anni più della sorella. Il padre ha una storia con una donna molto più giovane di lui. La madre è in ospedale. 
Ma non è solo di semplici fatti che bisogna parlare, c’è anche dell’altro. Il modo, per esempio, in cui si intrecciano i ricordi, la necessaria selezione, lo scarto di episodi che appaiono come irrilevanti. 
I due fratelli sorprendono il padre in compagnia dell'amante.
Se dovessi scriverla io, la vita, basterebbero poche frasi, e sarebbero anche ripetitive. Non saprei cosa farmene dei dettagli. Riuscirei con una certa disinvoltura a dire niente.
I due fratelli decidono di raccontare alla mamma ciò a cui hanno assistito, ma quando rientrano in casa la mamma sta male e rinunciano. Poco tempo dopo muore.
Quando è stata l’ultima volta che ho pensato al futuro, al mio? Non ho ricordi di questo tipo. Nessuno che mi abbia mai preso per mano e condotto per una strada sicura.
La convivenza fra i tre presto diventa impossibile. In una violenta colluttazione il ragazzo uccide il padre. Ma la cosa resta segreta. È l’oggetto del patto fra i due fratelli? 
Lei, la sorella, adesso è una donna, ha 25 anni, vive in città e ha una relazione con Komar. Nel frattempo intrattiene rapporti con altri uomini, un professore universitario inglese e di tanto in tanto incontra un uomo con un impermeabile grigio.
Si viene a sapere che dopo la morte del padre i due fratelli si erano separati. Lei era andata a vivere a casa di una zia dove rimane per otto anni. 
Adesso si sono ritrovati.
Sto perdendo qualcosa a non scrivere? Ad esempio degli incontri della donna con l’uomo dall’impermeabile grigio. E se quell’uomo fossi io e non invece il ricordo di suo padre? Sono pronto a passare dall’altra parte? A scavalcare delle barriere invisibili per sostituirmi a lui? Con tutte le conseguenze che adesso non riesco nemmeno a immaginare? 
Potrei provare, forse quella donna presterebbe attenzione alle mie parole, che però non ho ancora elaborato ma che presto si manifesteranno sotto forma di richieste che non potrà rifiutare. Vorrei aiutarla, quella donna, anche se non so bene quali problemi la tormentano, ma qualcosa farò.
Anche il ricordo del fratello si palesa di tanto in tanto come cosa vera.
Lei riceve una telefonata, qualcuno la avverte che il fratello è in ospedale. Qualche giorno dopo, ci viene detto, morirà.
Dov’è finita la vita? Una domanda che spesso mi rivolgo. Di risposte nemmeno a parlarne. Da cosa deriva questa incapacità non saprei dirlo. Se non che è sempre stato così.
"Esiste un attimo nella vita - e raramente accade che ne siamo consapevoli e che lo accogliamo - in cui cominciamo a relazionarci con gli anni della nostra esistenza come un tempo ci relazionavamo ai giorni. Sappiamo, infatti, che passeranno presto. Che la notte forse sarà dura, forse spezzata da tormentati labirinti di sogni, ma sappiamo anche che albeggerà di nuovo."
Adesso lei è in là con gli anni. Ricorda il suo uomo, la figlia Irena, la vita com’era, l’amore. Struggente nostalgia per quel che è stato, si dice così?
Snocciola i ricordi rivolgendosi al marito, coinvolgendolo nelle ricordanze. La scoperta tardiva, solo molti mesi dopo aver già avvisato il padre, che Irena aveva deciso la data del matrimonio.
Io, però, ho ancora tanta vita davanti a me, nonostante i dolori comincino ad avvertirsi già dal mattino, nonostante la barba sia diventata bianca da un po’ e tutto il resto. Nonostante il corpo, che ha intrapreso altre strade, diverse da quelle che ho dentro.
Il giorno del matrimonio di Irena la donna si avvia a piedi verso la chiesa, ma all’ultimo momento si inoltra nel bosco, dove incontra l’uomo con l’impermeabile grigio e insieme si dirigono verso l’appartamento di lui.
Quell’uomo non sono io. Potevo mai esserlo? Adesso che ci penso mi sforzerò di assomigliargli almeno un po’, di assumere le sue fattezze, ma non è che abbia un’idea chiara di come è fatto, e non certo per mia incapacità. 
C’è un’aria di mistero, questo sì, ma non molto di più. Avrei dovuto osservarlo con più attenzione. Se l’avessi fatto per tempo oggi sarei lui e starei insieme a lei.
Invece mi tocca indugiare, rinunciare, arrendermi. O fare ipotesi non più riscontrabili. 

Jelena Lengold - La resa - Voland



venerdì 14 giugno 2024

Di un amore lontano

Dovessi dire cosa rappresenta per me, ebbene, non ho le idee chiare. Forse è ancora presto e non ho abbastanza confidenza. Di sicuro c’è qualcuno che ne sa più di me e che non ha intenzione di svelare dettagli importanti ai fini della comprensione. 
Se tutto fosse svelato fin dall’inizio, però, non avrei alcun interesse a proseguire nella lettura. 
Faccio fatica ad andare al di là delle parole esibite. Per questo cerco di stare attento quando leggo. Faccio di tutto per non distrarmi. Spesso rileggo anche, illudendomi che così facendo possa riuscire a penetrare nella mente di chi scrive. 
Solo che presto cominciano ad affiorare dubbi e allora mi pongo tante domande. Per esempio, quale potrebbe essere l’età di un uomo giovane? Ed è importante saperlo? 
E le risposte? Spero arrivino prima della fine. Ma va bene anche alla fine.
È sceso da un pullman, su questo non ci piove. Se si tratta di dar credito a queste prime frasi il gioco si presenta facile. Ma devo stare all’erta. Le insidie si possono nascondere dietro ogni angolo. Non sono ammesse distrazioni. 
Questo tipo si aggira come per scoprire una meta. Non è chiaro se conosca già la destinazione o si lascerà andare ai pensieri, se si farà trascinare dall’estro del momento o incontrerà qualcuno che gli darà un suggerimento su come arrivare nel luogo che intende raggiungere. Sembra indeciso, ha le idee confuse e forse non conosce nemmeno la meta finale.
Mi viene in mente che forse dovrei andare in suo soccorso, ma non è che sappia come muovermi. Ho bisogno di qualche altro dettaglio per elaborare un primo aiuto. Sento che presto scenderò in campo anch’io. 
È stanco, ancora debole, e non solo per il viaggio. È appena uscito da una lunga convalescenza, avrà senz’altro bisogno di assistenza. 
E se mi sostituissi completamente a lui, a questo viaggiatore, se così posso definirlo, e mi lasciassi trascinare dai propositi di chi sta scrivendo questo racconto? 
Eccomi, pronto a mettermi a sua disposizione, sebbene mi sembra che anche quello che scrive, nemmeno lui abbia le idee tanto chiare su come far andare avanti la storia. 
Cioè, anche lui sembra si faccia guidare dal caso, dalla contingenza o dalla ‘precarietà delle situazioni stabili’. Così definisce le circostanze che sta vivendo, ma non mi convince molto. 
Ho difficoltà a capire quale parte interpretare, se quella del primo viaggiatore, che di tanto in tanto scompare alla vista, oppure quella di un segugio, uno che vorrebbe seguirlo senza farsi notare, al solo scopo di soddisfare una curiosità che col volgere delle pagine sta aumentando a dismisura. 
In ogni caso, mi ritrovo su un tram, ovviamente lo stesso tram su cui sta viaggiando anche lui. Ormai non posso lasciarlo. Stavo per dire, ormai non posso lasciarmi. Ho l’immagine di una sovrapposizione, corpi che si compenetrano fino a diventare uno, o che arrivano a scambiarsi finanche l’anima. 
Mi siedo davanti a lui. È come se ci conoscessimo da sempre, due amici che si sono ritrovati dopo tanto tempo e che cominciano a rievocare vecchi ricordi, nel tentativo di far rivivere storie dimenticate, quasi perdute.
Sapete cosa penso? Che vi state facendo un’idea sbagliata di me, e forse non avete tutti i torti e per un motivo molto semplice, e cioè che anch’io ho le idee un po’ confuse non solo su di me, ma soprattutto su come continuare questa storia. 
Mi viene da pensare che sarebbe bello, per esempio, a questo punto, introdurre una donna, così da cercarla, mettermi alla sua ricerca, seguire i suoi passi. Una di cui ho poche notizie. Sento, però, che potrei venire a conoscenza di particolari che mi consentiranno di definirla chiaramente. 
E il viaggiatore, quello che ho incontrato nelle prime pagine? Forse scomparirà nel nulla così come dal nulla si era palesato. Oppure lo incontrerò più avanti. Una decisione che prenderò più in là. 
Per adesso la mia attenzione è rivolta a quella donna. Non devo distrarmi, devo fare attenzione a non farla andare via, come se ci conoscessimo da tanto tempo. Non deve essere un problema attaccare discorso, anche se sembra una ragazza nel fiore degli anni, abbastanza giovane, comunque più di me. Niente di più difficile, dal momento che io, ormai, giovane non lo sono da molto. 
Forse la incontrerò davvero un giorno. Vorrei vivere per lei, essere determinato a raggiungerla e seguirla in capo al mondo. Uno stimolo di questo tipo potrebbe tornarmi utile, fornirmi una ragione di vita. 
Quel viaggiatore, intanto, l’ho mai perso di vista? L’ho forse scartato come idea necessaria allo scopo, quello di condurmi in qualche modo a lei? Meglio non affrettare le conclusioni. È preferibile che sia lui a impegnarsi nella ricerca. 
Per questo è entrato in un hotel a chiedere di lei. Scopre subito però che non è là e forse non vi è mai nemmeno entrata. A questo punto questo viaggiatore, sì, sto parlando sempre di lui, si dirige verso un albergo più modesto, che potrebbe chiamarsi anche Ritz, uno frequentato da minatori, dove prende una camera doppia.
Provo una certa ritrosia a introdurre quella giovane donna. Non sarebbe difficile ritrovarla al mio fianco mentre attraverso le strade e le piazze di questa città. Un semplice atto di volontà ed eccoci insieme. 
Non so quanto potrà durare l’illusione ma vorrei incontrarla anche nella realtà, non solo in quella che mi sforzo di creare. 
Ho come l’immagine di un ponte lontano che un giorno unirà i nostri destini, il ricordo di qualcosa di già visto, o di già letto.  
Vorrei dirti che ti conosco, mio inarrivabile fiore. Sì, che ci siamo già visti, anche se non ricordo il tuo nome, e che un giorno attraverseremo un ponte, tu da una parte, io dall’altra, e ci incontreremo esattamente nel centro di quel ponte, il luogo ideale per la realizzazione di un desiderio a lungo sognato, recuperare una storia perduta, incontrarti tra le pagine di un diario lontano.

giovedì 18 aprile 2024

Destinazioni

 


Serena, o forse Carla, 

mentre ti leggo provo a figurarmi la tua immaginazione, la tua capacità di immaginare, il momento esatto in cui cominci a scrivere per dare forma alle idee che ti crescono dentro, arrivate chissà da dove e covate a lungo prima di sbocciare.
Ti seguo mentre parli, cerco di cogliere finanche le sfumature più sottili dei tuoi pensieri, dei tuoi sottintesi, al punto da identificarmi in tutto e per tutto con il destinatario delle tue confessioni.
È a me che ti stai rivolgendo, è con me che stai parlando. Non so come sia avvenuto questo passaggio, come si sia insinuata in me questa convinzione. Se siano state le tue parole a catturarmi, a trovarmi predisposto ad accettarle, ad accoglierle.
Non so se abbiano questo potere, se sia stata tu a dotarle di quella proprietà, come una magia celata che mi ha stregato e adesso non so cosa fare. Non sono in grado di affrontarle, tantomeno respingerle.
È da te, con te che vorrei ripartire. Non ti sembra vero, sono sicuro che non te l’aspettavi e adesso ti toccherà rivedere le fondamenta del tuo romanzo, dovrai creare altre destinazioni per i tuoi pensieri. Oppure rassegnarti a concederti a me, alle mie bizzarre ancorché improduttive fantasie.
Mi verrebbe da rivolgermi a te iniziando la frase con l’attributo che solitamente si usa in questi casi. Cara. Ma voglio evitare la triste cacofonia accostandolo al tuo nome, e allora ne scelgo un altro, Cara Serena, e mi sorge spontaneo il dubbio se abbia qualche diritto di entrare nella tua vita, nella tua intimità.
Eppure, proseguendo nella lettura mi sembra che le tue storie mi invitino a farlo senza alcuna reticenza.
Come valutare altrimenti le narrazioni dei tuoi rapporti con Paolo, un mio alter ego? O un semplice pseudonimo? Anche se ti avrei tenuta tutta per me e non ti avrei mai portata in un luogo di perdizione, se così vogliamo considerare taluni posti dove si praticano scene di sesso multiplo o promiscuo. O forse sì, chissà.
Non ho capito quanto di te ci sia nel tuo personaggio. Forse solo frivole fantasie, quelle che ancora riesco a permettermi, a concedermi.
Continuo a immaginarti mentre solleciti l’immaginazione. Forse non è un grande scotimento, forse è solo un recepire i sussurri provenienti da una storia che qualcuno ha scritto per te.
E la mia parte in tutto ciò qual è, se pure ne è stata prevista una degna di questo nome?
 
“Non bisogna pretendere che il nostro prossimo sia disposto a guardare l’inferno che portiamo dentro”
 
Non possiedo nemmeno una piccola porzione della tua capacità di inventare i ricordi. Mi fa difetto quell’immaginazione che invece in te si trasforma in fiume straripante appena poggi la penna sul quaderno. Così ti vedo.
Non riesco a starci dietro e non riesco più a immaginarti, come pure accadeva quando leggevo le prime pagine del tuo diario.
Sei già troppo avanti rispetto a me. Attenta a mille particolari, che per te hanno ancora un senso.
Io, al contrario, non sono interessato ai dettagli. Vado subito al sodo. Do tutto per scontato. Cioè che chi legge non abbia bisogno di un quadro più chiaro di quello che vagamente di solito abbozzo.
Sono altre le cose che mi aspetto che un lettore richieda da me.
E da te, cosa mi aspetto? Che tu sia serena, e non solo di nome. Che apprezzi le mie sincerità, non ti nascondo niente, che insegui le mie aperture nei tuoi confronti.
Le tue parole sono un castello costruito con tessere perfettamente giustapposte. Mi ci inoltro con l’intento di decifrare formule arcane. I tuoi slanci mi fanno venire il capogiro.
“Con te sono stata serena”, ho letto, illudendomi che fossero parole rivolte esclusivamente a me.
Mi sono perso dentro le tue storie. Ed è stato un perdermi lento in una dolce vertigine.
"Quel che è sicuro, è che c’è un’immagine che non mi ha mai lasciato. Poco importa, ormai, sapere da dove provenga, se dalla realtà o dalla fantasia”.


Serena Penni - La destinazione - Il ramo e la foglia edizioni