giovedì 17 settembre 2009

Trilogia di New York


Ad un certo punto del secondo racconto (Fantasmi) della trilogia si legge:
Col passare dei giorni Black capisce che le storie che può raccontare sono infinite
Verso la fine del terzo racconto (La stanza chiusa), Auster fa dire (anzi pensare) ad un altro personaggio, che:
... è proprio quando può succedere di tutto che le parole perdono efficacia”, ed allora bisogna scegliere, fare una cernita ed è per questo che l’autore si serve di un pretesto, uno qualunque, per cominciare a narrare, e ciò che racconta spesso ha a che vedere con i procedimenti narrativi.
I suoi romanzi, a saperli leggere, sono più che un corso di scrittura narrativa, meglio di un trattato di narratologia, un compendio di strumenti per chi ama perdersi nei boschi narrativi (per echeggiare un noto semiologo italiano).
Omicidi da svelare, misteri da risolvere, persone da seguire e pedinare, c’è sempre un motivo per raccontare, per leggere ed arrivare alla fine, per scrivere quindi e di conseguenza per vivere.
Trilogia di New York”, prima e meglio di ogni altro lavoro di Auster, è una metafora sulla scrittura e sull’arte di costruire storie. Per il piacere di costruirle ma anche per destare in chi le legge il puro e semplice piacere della lettura, al di là di regole e codifiche, più o meno accademiche.
Così, per esempio, “La stanza chiusa”, forse più degli altri due racconti, rappresenta un caso evidente di come, nelle mani di un grande scrittore, “to show not to tell”, la regola madre su cui tanto insistono gli insegnanti dei corsi di scrittura creativa, forse può essere anche trascurata, ci sono casi, come quello citato in cui si può dire, per pagine e pagine, senza appesantire assolutamente il testo e di conseguenza senza rendere noiosa la lettura. Ma, certo, per questo, ci vuole un grande autore come Auster.
Paul Auster - Trilogia di New York
Città di vetro - Fantasmi - La stanza chiusa
Einaudi - 1996

2 commenti:

federico ha detto...

DAnise sei il solito contradditorio: ma non ti piaceva solo la letteratura sudamericana e capoverdiana?
Ma ormai bisogna abituarsi alle tue contraddizioni.
Guarda caso quest'agosto ho letto trilogia di newyork di auster e ciò che mi ha colpito a differenza tua ( che sei più affascinato da quello che c'è dietro ad un racconto ) è stato la facilità che hanno i personaggi nel perdersi e nel mai più ritrovarsi.
Mi hanno un pò inquietato, ma sai che io ho il debole per la letteratura americana, di cui ti consiglio ancora fortemente David Foster Wallace.
Saluti e spero tu stia bene
Perchè i racconti erano inquietanti e mi ha sopratutto colpito
Federico

federico ha detto...

L'ultimo periodo è superfluo errata corrige